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giovedì 5 febbraio 2026

Eleven's Echo for Strangers Things by Stefano Donno

 Eleven's Echo


A girl with shaved head hums static in the void.
Static in the void, where blood drips from her nose like rain.
Rain from her nose, a storm that splits the ordinary.
Splits the ordinary, flips the world upside down.
Upside down, vines choke the light, her mind a tangled root.
Tangled root, pulling friends from the dark like buried bulbs.
Buried bulbs bloom fierce, her scream a frequency that shatters glass.
Shatters glass, echoes of Papa's lab, cold metal on skin.
Cold metal on skin, but she levitates bikes, defies gravity's pull.
Defies gravity's pull, love her anchor in the endless fall.
Endless fall, yet she rises, waffles warm in her palm.
Waffles warm in her palm, sweet against the monster's growl.
Monster's growl fades, a girl with shaved head hums victory in the void.Hawkins Fracture
In Hawkins, the Christmas lights flicker
not with holiday cheer but Morse code
from the other side, where shadows stretch
like Demogorgon limbs, petal-mouthed,
hungry for the taste of boyhood bikes
racing through cornfields under a sky
cracked open like an egg, yolk spilling
ash and spores that whisper Will's name.
The arcade hums Pac-Man ghosts, but real ones
lurk in the pool's chlorine haze, Max's skateboard
wheels grinding against Vecna's clockwork curse—
time folding back on itself, 1983's synth wave
crashing into 1986's bloodied high school halls.
Friendship, that makeshift slingshot,
hurls rocks at the Mind Flayer's swarm,
Dustin's cap askew, Lucas's wrist rocket steady,
Mike's heart a walkie-talkie static with "friends don't lie."
Yet the fracture widens, nostalgia's vine creeping
through the TV screen, pulling us under too—
where monsters are just mirrors of the unseen,
the bullied, the broken, blooming in the dark.
Party of the Abyss
The party gathers in the basement, dice rolling like fate's knuckles—Dungeons & Dragons maps unfurling prophecies no one believed until the gate tore wide. Eleven, telekinetic tether; Will, the sensitive conduit to chill winds; Mike, earnest knight with a BMX steed; Dustin, curly-haired sage spouting science amid the supernatural; Lucas, steadfast scout; Max, red-haired rebel skating into the fray. Together, they invert the world: upside down becomes right side up through sleepovers spiked with Eggos and empathy.Repeat the mantra: friends don't lie, but secrets swarm like demodogs in the tunnels below. Hawkins' facade crumbles—mall rats to mall ruins, Russian spies in Starcourt's neon glow. Yet triumph pulses in their pulse: a mixtape of Madonna and Metallica, saving each other from the abyss one high-five at a time. The series, a cultural Demogorgon itself, devours eras, spits out nostalgia laced with horror—five seasons of sacrifice, where kids conquer kings, and the ordinary flips to epic.In this echo chamber of 1980s synth and slime, they remind us: monsters hide in minds, but bonds bridge the breach.





I Colloqui USA-Iran in Bilico: Uno Scontro sui Missili e le Prospettive per la Pace in Medio Oriente - ecco cosa ne penso

 Come chi segue con interesse la politica internazionale , non posso fare a meno di guardare a questi sviluppi con una miscela di scetticismo e cauta speranza. Ieri, 4 febbraio 2026, un articolo su La Repubblica ha riportato un vero e proprio caos intorno ai colloqui tra Stati Uniti e Iran, inizialmente previsti in Turchia con un formato regionale che coinvolgeva Qatar, Egitto, Arabia Saudita e Turchia stessa.

L'Iran ha insistito per un cambio di sede e formato, optando per un bilaterale in Oman, vedendo la presenza di terzi come una "trappola" per allargare il discorso oltre il nucleare. E oggi, 5 febbraio, dovremmo assistere al primo incontro ufficiale tra gli inviati americani Steve Witkoff e Jared Kushner e il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi a Muscat.

Ma onestamente, mi chiedo: quanto durerà questa fragile tregua diplomatica?Pensiamo un attimo al contesto, come farebbe chiunque abbia seguito questi affari per decenni. Questi colloqui arrivano dopo mesi di tensioni estreme: l'attacco congiunto Israele-USA sui siti nucleari e le forze di sicurezza iraniane lo scorso giugno, e la repressione brutale delle proteste di gennaio, che secondo l'ONG Human Rights Activists ha causato almeno 6.000 morti.

È il primo dialogo ufficiale da allora, spinto da pressioni arabe e turche per evitare un'ulteriore destabilizzazione. Ma ecco il nodo gordiano: le posizioni sono diametralmente opposte. L'Iran vuole limitare tutto al nucleare, rifiutando di toccare missili balistici, alleanze con Hezbollah in Libano, Houthi in Yemen o Hamas – elementi che Teheran considera pilastri della sua difesa nazionale e della sua politica estera.

Gli Stati Uniti, d'altra parte, insistono su un'agenda più ampia. Come ha detto il Segretario di Stato Marco Rubio: "Affinché i colloqui con l’Iran portino effettivamente risultati significativi dovranno includere alcune questioni come la portata dei loro missili balistici, il loro sostegno alle organizzazioni terroristiche in tutta la regione, il programma nucleare e il trattamento che riservano al proprio popolo."

E non dimentichiamo le parole del Presidente Trump, che non le manda a dire: "Dovrebbe essere molto preoccupato", riferendosi al leader supremo iraniano Ali Khamenei, e aggiungendo: "Ho sentito che l’Iran sta cercando di riprendere il suo programma nucleare, se lo farà invieremo di nuovo i caccia. La pace in Medio Oriente non sarebbe stata possibile senza distruggere le capacità nucleari iraniane."

Queste dichiarazioni mi colpiscono per il loro tono muscolare, che ricorda la diplomazia del "bastone e della carota" tipica dell'amministrazione Trump. Da un lato, c'è l'offerta di dialogo; dall'altro, la minaccia esplicita di intervento militare. È una strategia che ha funzionato in passato, ma qui rischia di irrigidire ulteriormente Teheran, dove un osservatore anonimo ha descritto il formato regionale come "una trappola, il tentativo di metterli con le spalle al muro".

Analizzando più in profondità, come un essere umano che riflette su queste complessità – non solo con dati freddi, ma con un po' di intuizione basata su pattern storici – vedo rischi enormi. Se i colloqui falliscono, potremmo assistere a un'escalation: un nuovo intervento USA, forse con il supporto israeliano, che destabilizzerebbe ulteriormente la regione. Immaginate le implicazioni per la stabilità del Medio Oriente: un Iran isolato potrebbe intensificare il sostegno ai proxy, alimentando conflitti in Yemen, Libano o Gaza. Sul nucleare, un accordo limitato potrebbe salvare la faccia, ma senza affrontare missili e diritti umani, sarebbe solo un cerotto su una ferita aperta. E globalmente? La diplomazia ne uscirebbe indebolita, con Russia e Cina pronte a sfruttare il vuoto per rafforzare legami con Teheran.Tuttavia, non sono del tutto pessimista. C'è spazio per creatività: magari un compromesso graduale, partendo dal nucleare e costruendo fiducia. Dipende dalle personalità coinvolte – Kushner e Witkoff sono negoziatori abili, Araghchi è un diplomatico navigato. Se fossi al tavolo, suggerirei di iniziare con gesti di buona volontà, come un allentamento temporaneo delle sanzioni in cambio di verifiche IAEA sui siti nucleari. Ma ammetto, con umiltà: non ho tutte le risposte. La politica è imprevedibile, influenzata da emozioni e calcoli umani.In conclusione, questi colloqui rappresentano un bivio cruciale. Se riescono, potrebbero aprire la porta a una pace duratura; se no, prepariamoci a turbolenze. Come amico che consiglia, direi: teniamo d'occhio Oman oggi – potrebbe essere l'inizio di qualcosa di storico, o l'ennesimo capitolo di un'eterna rivalità.
(Stefano Donno)







mercoledì 4 febbraio 2026

The Infinite Recess of the Lobate Brain (For David Foster Wallace) by Stefano Donno

The radar-ping of the fluorescent tube is a dialect of loneliness, a frequency tuned to the white noise of Ohio, or Illinois, or the specific static of a TV left on after the national anthem. You are there, adjusting the bandana—that cotton dam against the seepage of too much world— counting the beats between the thought and the meta-thought (which is a snake eating its own tail in a footnote at the bottom of a page made of sweat).

Let’s talk about the how of the water: not the surface tension, not the glint, but the way it swallows the fish who doesn’t know it’s wet. You wrote in long-hand, a frantic shorthand for the soul’s exhaustion, breaking the syntax of the Midwest into a thousand et ceteras— a categorical list of things that hurt:

  1. The cruise ship’s smile.

  2. The logic of the tennis serve.

  3. The recursive loop of "I am a person who is thinking about being a person."

The stanza breaks here, not for breath, but for a citation [1]. (1. See the way the horizon line is just a jagged graph of antidepressants.)

There is a terrifying mercy in the detail. The way you parsed the lobster’s scream until it became a question of ethics, or how you turned the "Great Concavity" into a mirror for our own hollowed-out wanting. You were the cartographer of the Interior Lab, mapping the synapses until the ink ran out, or the air became too heavy with the weight of every single thing being absolutely, crushingly, simultaneously true.

The silence now is not a void. It is a "This is Water" kind of quiet. A pause in the middle of a marathon where the athlete realizes the finish line was just a typo in a book that never intended to end.





APOKRIF NERETVA di SÁNDOR HALMOSI (I Quaderni del Bardo Edizioni di Stefano Donno)

 

Apokrif – Neretva di Sándor Halmosi – Poesia contemporanea tra memoria e fiume
Collana Scritture / iQdB

Apokrif – Neretva di Sándor Halmosi

Una raccolta poetica bilingue che attraversa il fiume Neretva, le domande apocrife della coscienza e una geografia interiore dove luce, memoria e ferite del Novecento dialogano in versi.[web:41][web:43][web:44]

Edizione curata da I Quaderni del Bardo Edizioni di Stefano Donno
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Perché questa pagina può portarti lettori giusti

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Un autore di respiro europeo
Sándor Halmosi è poeta, traduttore e matematico ungherese: il suo sguardo attraversa lingue e confini, rendendo la raccolta interessante per chi segue la poesia europea contemporanea.[web:41][web:44]
Un libro ponte tra culture
Apokrif – Neretva unisce sezioni diverse e lingue diverse in un unico volume, in un’edizione curata con attenzione alle traduzioni e alla ricezione italiana del testo.[web:41][web:42][web:46]
Una casa editrice di ricerca
I Quaderni del Bardo Edizioni di Stefano Donno lavorano da anni sulla poesia e sulla saggistica di ricerca, costruendo un catalogo pensato per lettori curiosi, festival, critici e operatori culturali.[web:34][web:43]

A chi parla “Apokrif – Neretva”

Non è una raccolta “solo per addetti ai lavori”. È un libro che può diventare riferimento per chi lavora con la poesia, ma anche per lettrici e lettori che cercano testi capaci di tenere insieme biografia e storia, paesaggio e metafisica.[web:43]

Curatori/trici di festival di poesia Docenti e studenti di letterature comparate Traduttori e traduttrici dall’ungherese Librerie indipendenti e bookshop di musei Lettori che amano poesia e paesaggi fluviali

Collegati alla pagina ufficiale del libro

Con un clic puoi accedere direttamente alla scheda completa di “Apokrif – Neretva” su iQdB casa editrice: informazioni editoriali, note sull’autore, dati della collana e indicazioni per reperire il volume.[web:34][web:46]

Trasforma le ricerche in lettori e potenziali clienti

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Iran: provocazioni calcolate per negoziare da posizione di forza - ecco cosa ne penso

Ho letto l’articolo di Guido Olimpio sul Corriere di oggi e mi sono ritrovato a pensare: “Ecco, ci risiamo”. Ogni volta che Washington e Teheran si siedono (o fingono di sedersi) al tavolo, il Golfo diventa un teatro di piccole, studiatissime provocazioni. Stavolta il copione è quasi identico al 2019, ma con due differenze sostanziali: Donald Trump è di nuovo alla Casa Bianca e l’Iran è reduce da una repressione interna durissima. Il regime sa di avere poco margine di errore, eppure continua a spingere.La sequenza degli ultimi giorni è eloquente:
  • Un drone Shahed-139 si avvicina “con intenzioni poco chiare” alla USS Abraham Lincoln.
  • Un caccia F-35 lo abbatte.
  • Poco dopo, imbarcazioni dei Pasdaran tentano di abbordare una petroliera battente bandiera USA nello Stretto di Hormuz (il capitano accelera, la US Navy interviene).
  • I Guardiani annunciano esercitazioni a fuoco proprio lì, dove passa il 20% del petrolio mondiale.
Non è follia. È realpolitik iraniana classica: mostrare i muscoli per non arrivare al tavolo con l’aria di chi ha già capitolato. I Pasdaran sanno benissimo che un vero scontro con la flotta americana sarebbe un suicidio. Ma sanno anche che Trump vuole un accordo “storico” prima delle midterm e che l’opinione pubblica americana non ha voglia di un’altra guerra infinita in Medio Oriente. Quindi testano: fino a dove si può arrivare senza far scattare la risposta militare vera?Dentro il regime c’è una spaccatura che l’articolo di Olimpio coglie bene. Da una parte i duri (Khamenei, i Pasdaran, l’ala che vede nel nucleare e nei missili l’assicurazione sulla vita del sistema). Dall’altra i pragmatici (Pezeshkian, Araghchi e chi sa che l’economia è al collasso e che le proteste di gennaio sono state soffocate solo con il sangue). I primi usano le provocazioni per dire: “Non ci pieghiamo”. I secondi le tollerano perché servono a rafforzare la loro posizione negoziale: “Vedete? Se non ci date qualcosa, i militari fanno danni”.Trump, da parte sua, sta giocando la stessa partita. Ha mandato un’armata impressionante (non solo la Lincoln, ma anche sommergibili, bombardieri, sistemi antimissile) ma ha lasciato aperta la porta: “Stiamo negoziando, vediamo se si può fare un accordo”. È la sua versione del “maximum pressure + maximum flexibility”: ti schiaccio con la forza, ma ti offro una via d’uscita dignitosa (per me).Il vero rischio non è l’incidente isolato. È che un Pasdaran troppo zelante, o un comandante americano troppo nervoso, trasformi una provocazione in casus belli. Lo Stretto di Hormuz è largo 21 miglia nel punto più stretto: basta un errore di valutazione e in 48 ore abbiamo mine, siluri, chiusura del traffico e prezzi del petrolio a 150 dollari.Seguo da tempo questa crisi e una cosa l’ho imparata: l’Iran non vuole la guerra, ma non vuole nemmeno arrendersi. Vuole sopravvivere come Repubblica Islamica, con il suo arsenale, le sue milizie regionali e un minimo di dignità. Trump vuole un trofeo da sventolare: “Ho fatto quello che Obama e Biden non hanno fatto”.Per ora il gioco è in bilico. Venerdì (o quando sarà) gli emissari si incontreranno – probabilmente in Oman o Turchia – e cercheranno di capire quanto margine c’è davvero.Nel frattempo, nel Golfo, le navi da guerra continuano a incrociarsi a poche miglia di distanza. E ogni tanto qualcuno “testa” l’altro.Perché nella diplomazia mediorientale, a volte, il modo più sicuro per arrivare a un accordo è far vedere all’avversario che sei disposto a rischiare tutto… senza però rischiare davvero niente.Almeno per ora. (Stefano Donno)



Infinite Jest. Ediz. speciale di David Foster Wallace (Einaudi)

In un futuro non troppo remoto e che somiglia in modo preoccupante al nostro presente, la merce, l’intrattenimento e la pubblicità hanno ormai occupato anche gli interstizi della vita quotidiana. Le droghe sono diffuse ovunque, come una panacea alla noia e alla disperazione. Finché sulla scena irrompe un misterioso film, “Infinite Jest”, così appassionante e ipnotico da cancellare in un istante ogni desiderio se non quello di guardarne le immagini all’infinito, fino alla morte. Nella caccia che si scatena attorno a questa che è la droga perfetta finiscono coinvolti i residenti di una casa di recupero per tossicodipendenti e gli studenti di un’Accademia del Tennis; e ancora imbroglioni, travestiti, artisti falliti, giocatori di football professionistico, medici, bibliofili, studiosi di cinema, cospiratori. Introduzione a cura di Tom Bissell.




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Matteo Messina Denaro: 30 anni invisibile | Il boss che ha sfidato lo Stato

Olimpiadi Milano Cortina 2026: i luoghi più significativi - XXI Secolo 02/02/2026

martedì 3 febbraio 2026

Contrasti Radioattivi di Paolo Laddomada (I Quaderni del Bardo Edizioni di Stefano Donno)

 

Contrasti Radioattivi di Paolo Laddomada – Catalogo fotografico e progetto editoriale iQdB
Catalogo fotografico iQdB

Contrasti Radioattivi di Paolo Laddomada

Un libro fotografico che trasforma radiazioni, memoria e ferite del territorio in immagini ad alto impatto visivo, pubblicato da I Quaderni del Bardo Edizioni di Stefano Donno.[web:32][web:31]

Scopri il progetto editoriale e collegati subito alla pagina ufficiale
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Perché “Contrasti Radioattivi” attira l’attenzione giusta

Questa landing page è pensata per attrarre traffico qualificato – lettori, appassionati di fotografia, curatori e galleristi – e accompagnarli verso la pagina ufficiale del libro e del progetto espositivo.[web:31][web:32]

  • Un tema forte e contemporaneo
    Il lavoro di Laddomada nasce dal confronto con luoghi segnati da radiazioni, memoria collettiva e trasformazioni del paesaggio, temi che risuonano con l’ecologia, la storia e la politica del presente.[web:31]
  • Un catalogo pensato per durare
    Il libro fotografico diventa archivio visivo: un catalogo che può essere citato in mostre, recensioni, rassegne e percorsi curatoriali, ampliando nel tempo la visibilità del progetto.[web:32][web:33]
  • Un editore specializzato in ricerca
    I Quaderni del Bardo Edizioni di Stefano Donno si distingue per cataloghi e pubblicazioni che puntano su ricerca autoriale, sperimentazione e qualità critica.[web:32][web:34]

A chi parla questa pagina (e il libro)

“Contrasti Radioattivi” non è solo un oggetto editoriale, ma un punto di incontro tra fotografia, memoria e critica. È una risorsa per chi lavora (o sogna di lavorare) con le immagini e con la narrazione del territorio.

Curatori e curatrici di mostre Fotografi e fotografe autoriali Critici d’arte e di fotografia Docenti e studenti di arti visive Lettori interessati a ecologia e memoria

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