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venerdì 30 gennaio 2026

Iscariot di Rocco D’Anzi ( I Quaderni del Bardo Edizioni di Stefano Donno)

 

Iscariot di Rocco D’Anzi - Un Romanzo Provocatorio che Ribalta la Storia Biblica

Iscariot di Rocco D’Anzi

Un esordio letterario provocatorio che ribalta la narrazione biblica, raccontando la crocifissione di Cristo dal punto di vista di Giuda Iscariota.

Una Storia che Cattura l'Attenzione

Immaginate di dirigere un blockbuster che sfida le convinzioni tradizionali: "Iscariot" vi immerge in un mondo dove la fede incontra il cinema, provocando discussioni intense su tradimento e umanità divina.

Costruisci l'Interesse

Segui Lorenzo Berthod, un giovane regista premiato, che accetta l'offerta milionario per dirigere 'Iscariot' – un film sulla crocifissione narrato da Giuda. Con una troupe affiatata, il romanzo esplora riserve morali e artistiche in un contesto cinematografico di alto livello.

L'autore, Rocco D’Anzi, nato a Novi Ligure nel 1992, è un esperto di sceneggiatura con laurea all’Università di Torino e riconoscimenti prestigiosi come finalista al Torino Film Festival 2020. Pubblicato da I Quaderni del Bardo Edizioni, questo libro unisce dramma personale e ambiguità teologica.

Accendi il Desiderio

Unico nel suo genere, "Iscariot" provoca riflessioni profonde su temi eterni come la fede, il tradimento e la prospettiva mistica. La sua scrittura densa e intensa, ispirata a visioni bibliche alternative, è destinata a far discutere e a distinguersi per l'approccio innovativo.

Perfetto per chi ama storie che sfidano il convenzionale, unendo cinema e introspezione umana in un'esperienza letteraria indimenticabile.

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Medioccidente. Un'alternativa geografica, politica, culturale di Giuseppe Lupo (Marsilio)

 


















Medioccidente è un gesto politico e poetico insieme: una mappa per orientarsi oltre la crisi dell’Occidente e ridefinire le coordinate del nostro stare al mondo.

«Da qualche anno vado pensando all’esistenza del Medioccidente, qualcosa che sa di geografico ma che non si limita alla definizione di luoghi, piuttosto accarezzi un insieme di esperienze che testimoniano di un Oriente mai finito e di un Occidente mai cominciato.»


Finito il Novecento e bruciate le aspettative del passaggio al nuovo millennio, sentiamo oggi il bisogno di cercare un’altra maniera di essere occidentali, consci che qualcosa è andato storto. Da questo disincanto, ma anche dalla consapevolezza che non tutto è perduto, prende avvio l’indagine di Giuseppe Lupo. L’invito è a immaginare un luogo fuori dalle cartine ma dentro le coscienze: il Medioccidente. Non una regione da rintracciare sugli atlanti geografici, ma una soglia tra un Oriente non finito e un Occidente non cominciato; una frontiera simbolica in cui tentare un equilibrio tra New York e Gerusalemme, tra Istanbul e Gibilterra, tra Oslo e Tangeri; un «continente morale» dove realizzare un nuovo patto tra gli uomini. In queste pagine, Lupo esplora l’ipotesi di una civiltà alternativa intrecciando letteratura e storia, antropologia e teologia, urbanistica ed economia. Il risultato è una profonda riflessione sulla necessità della memoria, sul valore dei legami comunitari, sul senso del sacro, in un’epoca che sembra aver perso la capacità di concepire altri modi possibili del vivere

giovedì 29 gennaio 2026

Manuale diagnostico psicodinamico. PDM-3 a cura di Vittorio Lingiardi, Nancy McWilliams (Raffaello Cortina Editore)

 “Questa terza edizione è di facile lettura, organizzata cronologicamente a partire dall’infanzia, completa della letteratura empirica più recente. Una risorsa preziosa per clinici e ricercatori.” Beatrice Beebe “Il PDM è il più sofisticato sistema diagnostico attualmente disponibile.” Otto Kernberg “Il PDM-3 aggiunge sfumature cliniche fondamentali alla classificazione diagnostica, dando rilievo all’esperienza soggettiva, al contesto evolutivo e alla dimensione terapeutica, integrando le prospettive nomotetiche e idiografiche.” Peter Lilliengren “Spesso la psicoanalisi è una Torre di Babele. Il PDM offre una soluzione creativa a questo dilemma e una cornice di riferimento essenziale per chi sta imparando il mestiere.” Linda C. Mayes “Nella pratica clinica il PDM-3 è molto più utile di ICD-11 e DSM-5-TR. Non si possono concettualizzare le psicopatologie solo in termini nomotetici; ignorare l’idiografico significa trascurare la caratteristica più essenziale della mente: la sua soggettività.” Mark Solms Il PDM-3 è uno strumento fondamentale per clinici, supervisori e ricercatori interessati a una diagnosi sensibile, affidabile, empiricamente fondata. Questa nuova edizione integra la prospettiva clinico-dinamica con i risultati della ricerca e i contributi della psicologia cognitiva e delle neuroscienze. Rispetto alla versione precedente, il PDM-3 amplia la prospettiva evolutiva, rafforza il modello dimensionale, migliora l’accessibilità teorica e linguistica dei suoi contenuti. Accurato ed efficace nella valutazione della personalità (Asse P), delle capacità mentali (Asse M) e dei sintomi con la loro esperienza soggettiva (Asse S), il PDM-3 è sempre attento a valorizzare le risorse del paziente. Guida indispensabile per la formulazione del caso e la pianificazione del trattamento lungo l’intero ciclo di vita, questo manuale sottolinea il ruolo della relazione terapeutica nell’informare il processo clinico-diagnostico. Una speciale attenzione viene dedicata ai periodi evolutivi di transizione (per es., la giovane età adulta) e a condizioni di sofferenza soggettiva legate a contesti globali (per es., pandemie, guerre, crisi climatica)





La “meravigliosa Armada” e l’illusione della forza - ecco cosa ne penso

 La concentrazione di forze statunitensi in Medio Oriente – portaerei Lincoln, navi con missili cruise, caccia F-15 spostati in Giordania, rinforzo delle batterie antimissile e un dispositivo umano di oltre 40 mila militari – disegna l’immagine di una potenza pronta a colpire, ma non necessariamente a governare le conseguenze. La retorica della “meravigliosa Armada”, ripresa da Donald Trump, serve a rassicurare il fronte interno e intimidire Teheran, ma non dà risposte alla domanda cruciale: come finisce una guerra che nessuno ha il coraggio di nominare tale.

Il potere militare, da solo, non è una strategia ma un amplificatore di rischi. La storia recente – dall’Iraq all’Afghanistan – mostra che Washington sa iniziare campagne lampo ma fatica a costruire un ordine politico credibile sul terreno che bombarda. L’idea che basti “colpire forte” perché il regime iraniano si incrini, o addirittura crolli, appare più come una narrazione per opinionisti che come un piano realistico.

Scenari militari: dalla pressione lenta alla campagna ampia

Lo scenario “Venezuela”, fondato su una manovra lenta, pressione diplomatica e possibili azioni contro petroliere, viene evocato come versione soft dell’escalation. Ma la stessa analisi sottolinea che le due crisi non sono comparabili: l’Iran ha capacità militari, rete di alleati regionali e una proiezione strategica che Caracas non ha mai avuto.

Gli “strike limitati” contro pasdaran, Basij, siti missilistici e centri di comando sembrano la tentazione più forte del Pentagono: punire il regime senza entrare in guerra dichiarata. Teheran, però, ha già annunciato che considererebbe questi attacchi come un’escalation piena, promettendo una risposta “massiccia e prolungata”. La logica del “colpo chirurgico” regge sul piano mediatico, non necessariamente su quello strategico: il rischio è attivare una catena di rappresaglie che sfugge rapidamente al controllo.

La “campagna ampia”, con missili da crociera e bombardieri strategici, viene descritta come un’opzione tecnicamente possibile ma politicamente tossica: gli alleati arabi non vogliono vedere le loro basi trasformate in piattaforme di un conflitto frontale, e una parte dell’elettorato MAGA non ha alcuna voglia di nuove avventure fuori dai confini nazionali. Qui il paradosso è evidente: un’America che mostra i muscoli ma scopre di non avere più il consenso automatico – interno ed esterno – per usarli.

Il miraggio del “cambio di regime”

Nella versione più ambiziosa (e più pericolosa), la Casa Bianca accarezza l’idea di un cambio di regime a Teheran: transizione democratica, trasformazione del sistema con “moderati” al posto dei falchi, o addirittura un golpe che spazzi via gli ayatollah. È il repertorio classico dell’ingenuità occidentale: proiettare sul Medio Oriente i propri desideri di ingegneria politica, come se bastasse una spallata militare per generare una democrazia funzionante.

Gli stessi analisti citati nel pezzo smontano però questa illusione: non esistono opposizioni organizzate in grado di gestire un dopo-guerra, le anime della protesta sono molte e frammentate, e difficilmente le persone scenderebbero in piazza “sotto le bombe”. La repressione, in quel contesto, troverebbe nuovi alibi e nuova ferocia. In più, non si registrano fratture negli apparati: mullah e ufficiali “fanno muro” davanti al nemico esterno, dimostrando che la pressione esterna tende a compattare il regime più che a dividerlo.

Quando lo stesso segretario di Stato Marco Rubio ammette in Congresso che “nessuno conosce il dopo”, la confessione è brutale: si naviga in un mare carico di esplosivi senza una mappa politica di arrivo. È il limite strutturale di questa fase: molta pianificazione militare, pochissima immaginazione politica.

La rappresaglia possibile e il fantasma del caos regionale

L’Iran dispone di un arsenale di risposte che non punta necessariamente alla vittoria militare, ma a una destabilizzazione diffusa: attacchi missilistici alle installazioni Usa nella regione, blocco dello Stretto di Hormuz con mine, terrorismo, attivazione delle milizie alleate in Libano e Iraq, e la ripresa delle imboscate al traffico nel Mar Rosso tramite gli Houthi, con possibile coinvolgimento di Israele. Lo scopo non sarebbe tanto annientare il nemico, quanto rendergli il costo politico ed economico della guerra insostenibile.

Il punto chiave, ben colto dall’analisi, è che in questo tipo di confronto l’“impatto reale” delle singole azioni conta fino a un certo punto: ciò che pesa davvero è la capacità di alimentare instabilità, far salire il premio di rischio sui mercati e trasmettere al mondo l’idea di una regione di nuovo in fiamme. Non è un caso che la Turchia, impegnata nella mediazione, consideri addirittura la creazione di una zona cuscinetto ai confini, nel timore che il caos travolga i delicati equilibri locali.

L’Occidente, che a parole teme il “vuoto di potere” e la balcanizzazione del Medio Oriente, gioca con strumenti che potrebbero produrre proprio quel vuoto: una Repubblica islamica indebolita, ma non sostituita da un ordine stabile, sarebbe il terreno perfetto per attori irregolari, signori della guerra e interferenze di potenze rivali.

Negoziato stretto tra condizioni e orgoglio

Nella parte finale, l’articolo ricorda che la via del dialogo non è stata formalmente abbandonata: gli Stati Uniti pongono tre condizioni – limitazioni all’arsenale missilistico, stop all’arricchimento dell’uranio e trasferimento del materiale stoccato, fine del sostegno alle milizie alleate – mentre Teheran risponde con un secco “non trattiamo sotto minaccia”. La finestra negoziale esiste, ma è stretta tra paletti che sembrano pensati più per l’opinione pubblica interna che per un’intesa realistica.

I contatti attraverso mediatori arabi, descritti come “discreti e continui”, finora non hanno prodotto progressi visibili. Secondo il New York Times, il ministro degli Esteri Abbas Araghchi avrebbe margini strettissimi, imbrigliato da un regime che ha scelto la linea della resistenza. È l’ennesimo corto circuito: Washington chiede concessioni che indebolirebbero il “paracadute” strategico di Teheran, mentre Teheran non può politicamente permettersi di sembrare arrendevole proprio nel momento in cui viene minacciata.

Il risultato è una pace potenziale in ostaggio di simboli: per gli Usa, arretrare sulle condizioni significherebbe mostrarsi deboli; per l’Iran, accettarle significherebbe riconoscere che la propria dottrina di difesa era un errore. Così, mentre la diplomazia langue, la macchina militare continua a muoversi, e ogni giorno in più di incertezza rende più fragile l’equilibrio.

L’Occidente davanti allo specchio

In filigrana, questo quadro ci restituisce l’immagine di un’America più confusa che egemone: potentissima sul piano bellico, ma sempre più vincolata da alleati reticenti, opinioni pubbliche stanche e avversari pronti a combattere sul terreno asimmetrico del caos controllato. L’illusione di poter ridisegnare il Medio Oriente con “armade meravigliose” e colpi chirurgici si scontra con la realtà di regimi resilienti, società fratturate e crisi globali interconnesse.

La vera domanda non è se gli Usa attaccheranno, ma se – in caso di attacco – esista un progetto politico credibile per il dopo. Finché questa risposta non c’è, la minaccia di guerra resta un gigantesco azzardo: un messaggio agli avversari, ma anche un boomerang potenziale per chi lo pronuncia. E l’Europa, ancora una volta, rischia di assistere da spettatrice a una partita che pagherà in termini di sicurezza e di stabilità energetica, senza avere il coraggio di imporre una propria autonomia strategica. (Stefano Donno)







Il tempo che trova di Pierluigi Lanfranchi (collana Fuochi diretta da Ottavio Rossani) edito da I Quaderni del Bardo Edizioni di Stefano Donno)

 

Il tempo che trova - Poesia contemporanea | I Quaderni del Bardo Edizioni
Poesia contemporanea italiana · I Quaderni del Bardo

Il tempo che trova di Pierluigi Lanfranchi

Una raccolta poetica che legge il tempo, la memoria e le relazioni con uno sguardo lucido e sensibile, pensata per chi cerca nella poesia una **esperienza** intensa e contemporanea.

Autore: · Editore: I Quaderni del Bardo Edizioni di Stefano Donno · Collana Fuochi

Collegati alla pagina del libro per leggere la presentazione completa e tutti i dettagli editoriali.

Perché "Il tempo che trova" parla al lettore di oggi

Questa raccolta attraversa il tempo personale e collettivo con una voce poetica che tiene insieme quotidiano e riflessione, offrendo al lettore una **narrazione** nitida, riconoscibile e profondamente emotiva.

Interesse

Un tempo che non è mai neutro

Il libro esplora come il tempo lasci segni nelle relazioni, nei luoghi e nella memoria, dando forma a un itinerario poetico che intreccia esperienza personale e sensibilità contemporanea.

Interesse

Lingua chiara, profondità autentica

I testi mantengono una grande attenzione alla concretezza delle immagini e al ritmo del verso, rendendo la lettura accessibile ma mai banale, adatta a chi cerca poesia viva e non accademica.

Desiderio

Per chi ama riconoscersi nelle parole

Se ti interessa una poesia capace di raccontare il presente senza rinunciare alla delicatezza, questa raccolta offre una serie di testi in cui ritrovare frammenti del proprio vissuto.

Desiderio

Uno sguardo editoriale curato

Pubblicato nella collana Fuochi de I Quaderni del Bardo, il volume si inserisce in un progetto editoriale dedicato alle voci poetiche che sanno coniugare riconoscibilità, ricerca e attenzione al lettore.

Questo libro è per te se…

  • cerchi poesia contemporanea italiana che dialoghi con la quotidianità, senza perdere in intensità e cura della forma;
  • ami le raccolte che costruiscono un filo narrativo, capace di accompagnarti pagina dopo pagina in un percorso coerente;
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  • sei alla ricerca di libri di poesia da suggerire a un pubblico di lettori che muovono i primi passi nel genere ma chiedono autenticità.
Vuoi leggere la presentazione completa, i dettagli editoriali e approfondire il lavoro di Pierluigi Lanfranchi con I Quaderni del Bardo Edizioni? Clicca e collegati subito alla pagina ufficiale del libro.
Questa pagina di destinazione è dedicata al libro di poesia contemporanea "Il tempo che trova" di Pierluigi Lanfranchi, pubblicato da I Quaderni del Bardo Edizioni di Stefano Donno. Da qui puoi raggiungere la pagina principale del volume, con sinossi, note critiche e informazioni sull'autore.

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