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lunedì 24 agosto 2026

Il battito primordiale e la rivoluzione del segno: perché "Khorale" per F. S. Dòdaro è il libro d'arte che nessuno può ignorare

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Dalle ceneri dei quadri bruciati nel '54 a Lecce fino al magnetismo del Movimento Ghen: un viaggio nel laboratorio clandestino di Francesco Saverio Dòdaro, l'agitatore culturale che ha anticipato il futuro guardando al grembo materno.

Ci sono intellettuali che fanno rumore e poi ci sono figure monumentali e defilate, autentici "gendarmi solitari", che il rumore lo disinnescano alla radice, preferendo la traiettoria invisibile del sotterraneo. Francesco Saverio Dòdaro (1930-2018) appartiene di diritto a questa seconda specie. E a restituirci la magnifica vertigine del suo pensiero è il volume corale Khorale per F. S. Dòdaro, curato con affetto e rigore filologico da Francesco Aprile per I Quaderni del Bardo Edizioni.

Ma chi era davvero Dòdaro? Per capirlo bisogna fare un salto indietro, a quell'estate leccese del 1954 in cui, insieme all'istrionico Edoardo De Candia, decise di appiccare un falò per bruciare le proprie tele. Da quel gesto radicale, d'accordo con la furia informale e la purezza estetica, Dòdaro scelse di abbandonare la pittura per trasformare la parola in un corpo vivo, vibrante, manipolabile. Un'operazione di scarnificazione e riduzione che avrebbe trovato il suo apice negli anni Settanta con la fondazione del Movimento di Arte Genetica.

L'intuizione di Dòdaro è di quelle che ti cambiano la prospettiva: il ritmo di ogni linguaggio umano, la musicalità stessa della poesia, affonda le sue radici nel battito del cuore materno ascoltato in età fetale. L'arte, in fondo, è il linguaggio del lutto per la separazione dall'utero, un disperato e bellissimo tentativo di rifondare l'unità duale attraverso il segno.

Il libro curato da Aprile non è una semplice antologia celebrativa, ma una polifonia di voci – da Lamberto Pignotti a Fernando Miglietta, da Luciano Caruso a Ruggero Maggi, passando per le testimonianze affettuose di Stefano Donno, Mauro Marino, Elisabetta Liguori e lo stesso curatore – che compongono la mappa di un'officina inesauribile. Si passa dai "romanzi nudi" alle collane modulari, dai manifesti di architettura genetica alle scritture asemiche e ai progetti urbani, rivelando un autore capace di anticipare i tempi della comunicazione globale e multimediale.

Leggere Khorale significa addentrarsi in un bosco di vetro dove la parola scritta diventa oggetto misterioso, rébus visivo e sonoro. Come scrive Giuseppe Cristaldi, Dòdaro era uno di quelli che "non essendoci s'impone", colpevole soltanto di una radicale, disarmante purezza. Un faro per intere generazioni di poeti e artisti che, operando da una terra di confine come il Salento, ha saputo dialogare con le vette dell'avanguardia internazionale.

Un libro imperdibile per chi crede che la letteratura non sia un passatempo borghese, ma un'arma di indagine esistenziale. Voi avete mai esplorato i confini estremi della poesia visiva?


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