Qui non troverai solo la mia opinione su [Migranti], ma il processo completo: cosa ho chiesto all’AI, cosa ha risposto e come l’ho corretta
La diplomazia europea ama i toni felpati, ma quando il ministro dell’Interno italiano Matteo Piantedosi gela Berlino con un secco "non accetteremo i migranti dublinanti", il rumore del tavolo che si rovescia si sente da Bruxelles a Madrid. Aggiungete a questo la linea dura sul ripristino della libera circolazione ("lo stop a Schengen cadrà solo con la fine totale dei rischi"), ed ecco che il quadro della crisi strutturale dell’Unione Europea è completo.
Non è solo un battibecco tra cancellerie: è la certificazione che l’architettura su cui poggia l’integrazione europea sta collassando sotto il peso della realtà.
Il paradosso di Dublino e la retromarcia tedesca
Per anni, il Regolamento di Dublino ha funzionato secondo una logica comoda per i Paesi del Nord e insostenibile per quelli di frontiera: chi sbarca per primo, gestisce tutto.
Quando la Germania ha annunciato controlli a tappeto a tutte le proprie frontiere terrestri per frenare i movimenti secondari e rimandare i richiedenti asilo nei Paesi di primo ingresso, ha di fatto innescato un effetto domino:
Berlino fa i conti interni: stretto dalla pressione elettorale e dall'avanzata delle destre, il governo tedesco ha scelto l'autotutela nazionale a scapito della retorica europeista.
Roma traccia la linea rossa: l’Italia non può e non vuole trasformarsi nell'hub permanente dei richiedenti asilo respinti dal cuore del continente.
"La solidarietà a senso unico non è più negoziabile: se il Nord chiude i confini interni, il Sud non farà da cuscinetto."
Schengen: il pilastro che vacilla
La dichiarazione di Piantedosi sui controlli di frontiera tocca il nervo scoperto del progetto comunitario: la libera circolazione non è più un dogma, ma una variabile subordinata alla sicurezza nazionale.
Tra la rotta balcanica, la pressione nel Mediterraneo e le tensioni alle enclave spagnole di Ceuta e Melilla, l'intera cinta esterna europea è sotto stress. La conseguenza inevitabile? La progressiva "balcanizzazione" interna dello spazio Schengen, dove ogni Stato membro torna a fare da sé.
Cosa aspettarsi adesso?
La partita non si gioca più sui tavoli tecnici, ma sul terreno della sopravvivenza politica:
Pressione sul nuovo Patto su Migrazione e Asilo: gli accordi attuali rischiano di nascere già superati dalla prassi unilaterale degli Stati.
Esternalizzazione dei confini: il modello di accordi con Paesi terzi (da quelli nordafricani al protocollo Italia-Albania) passerà da eccezione a pilastro della dottrina UE.
L’illusione che i confini interni potessero restare aperti senza una gestione comune e blindata di quelli esterni è definitivamente tramontata. Roma e Berlino, pur su fronti opposti, stanno dicendo la stessa cosa al resto del continente: il vecchio modello è morto

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