Accendere Venere ogni sera, a fare amore. Accendere Venere, “ma tu non guardasti mai”. Così, contro Venere, uccidere Venere, portandola a terra per chi ha paura delle altezze. Assenza di battito, assenza di passi. Dopo aver imprecato per anni, dopo tanto ieri, adesso è assenza, è sospensione. Le parole sono state scritte nella cenere e ripulite con il sangue. Le parole, adesso, come bisturi incidono i corpi, il due del rapporto per esaminare le varie sezioni logorate dalla guerra, quel che resta dopo la “distruzione materica”. Dapprima risale il prode inerme, arriva la labbro, si “siede sul trono”, osserva “il reame/ spiombato”. S’incontrano confini, si scoprono castelli di carne. Groviglio senza disegno, senza riparo. E poi “scese a terra l’inferno”, un ultimo sorriso a spegnere la stella polare. Fremito e scoppiare, lava di legno e fuoco. Lacrime e preghiere di spade. Lame si insinuano nel pertugio dell’altro. In questa feroce contusione non c’è possibilità di separare la luce dalle tenebre. Uno scontro dopo l’altro, giorni del niente prima di un nuovo balzo d’assedio per bestie notturne alle quali la luna si è negata. Scomparsa di luna. Scomparsa di Venere…
LUCA LAMPARIELLO SU MANGIALIBRI continua qui
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