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Policy - Benvenuti su "To Be STEFANO DONNO": Una Vetrina per le Eccellenze Italiane e Internazionali
venerdì 17 ottobre 2025
giovedì 16 ottobre 2025
Atene, Laboratorio del Futuro o Ritorno al Passato? La Grecia Sacrifica i Diritti sull'Altare della Flessibilità - ecco cosa ne penso
Sembra una notizia proveniente da un'altra epoca, un dispaccio ottocentesco che racconta le lotte operaie per la dignità del tempo di vita. E invece arriva dal cuore dell'Europa del 2025, da quella Grecia che è stata culla della democrazia e, più di recente, epicentro della crisi finanziaria del continente. Il via libera del parlamento ellenico alla settimana lavorativa di sei giorni e alla giornata fino a 13 ore non è un semplice aggiustamento normativo: è uno strappo filosofico, un esperimento sociale i cui esiti ci riguarderanno tutti.
La Narrazione Ufficiale: Modernità e Competitività
Secondo la narrazione del governo conservatore di Kyriakos Mitsotakis, questa riforma è un baluardo di modernità. L'obiettivo dichiarato è duplice: attrarre investimenti stranieri, offrendo loro un quadro di "flessibilità" senza eguali in Europa, e combattere il sommerso, quel cancro economico che drena risorse allo Stato e lascia i lavoratori privi di tutele. La logica è quella, ormai nota, del neoliberismo più ortodosso: deregolamentare per liberare le energie del mercato. L'esecutivo assicura che si tratterà di una scelta "volontaria" del lavoratore, un accordo tra le parti per rispondere a picchi di produzione o esigenze eccezionali. Una visione seducente, se non fosse che la parola "volontarietà" assume un significato sinistro in un mercato del lavoro ancora fragile e con un potere contrattuale sbilanciato a favore delle imprese.
Dietro il Velo della Flessibilità: una Provocazione al Modello Sociale Europeo
Qui risiede la provocazione. Chiamare "flessibilità" la possibilità legale di lavorare 78 ore a settimana significa distorcere il linguaggio per mascherare la realtà. Non è flessibilità, è disponibilità totale. Non è un accordo tra pari, ma la ratifica di un rapporto di forza dove il lavoratore, spesso per necessità, non ha alternative se non accettare. I sindacati e le opposizioni greche, parlando di "ritorno al Medioevo", non usano un'iperbole casuale, ma fotografano la percezione di un'erosione di diritti dati per acquisiti da generazioni.
L'approvazione di questa legge trasforma la Grecia in un laboratorio. Un test per misurare fino a che punto si può spingere l'asticella della deregolamentazione in un Paese membro dell'Unione Europea. Siamo di fronte a un bivio cruciale: stiamo assistendo alla creazione di un'enclave a basso costo del lavoro all'interno dell'Eurozona, un modello competitivo basato non sull'innovazione tecnologica o sulla qualità della produzione, ma sulla compressione del costo e del tempo umano? Se l'esperimento avrà successo, ovvero se Atene riuscirà ad attrarre capitali significativi, quale governo europeo in difficoltà non sarà tentato di seguirne l'esempio?
L'Europa Guarda (o Dovrebbe Guardare)
Ciò che accade ad Atene, dunque, non rimane ad Atene. La legge greca è una sfida diretta al pilastro sociale europeo, quel complesso di norme e principi che dovrebbe garantire un equilibrio tra le esigenze del mercato e i diritti fondamentali dei cittadini, tra cui quello a un "giusto orario di lavoro". La Commissione Europea e le principali capitali osservano, per ora in un silenzio assordante. Ma il dibattito è aperto: il futuro della competitività europea si costruirà sul modello tedesco della qualità e dell'alta specializzazione, o scivolerà verso un "modello greco" basato sulla massima liberalizzazione a discapito delle tutele?
La scommessa del governo Mitsotakis è audace e rischiosa. Potrebbe rivelarsi un boomerang, alimentando tensioni sociali e un brain drain dei talenti non disposti a barattare la propria vita per il lavoro. Oppure potrebbe, drammaticamente, funzionare, creando un precedente devastante. La Grecia, ancora una volta, diventa lo specchio in cui l'Europa è costretta a guardare le proprie contraddizioni e a decidere quale futuro desidera costruire (Stefano Donno)
Il tradimento di Isengard. La storia della Terra di Mezzo di John R. R. Tolkien (Bompiani)
Il settimo volume dell'opera magistrale di Tolkien, La storia della Terra di Mezzo, ripercorre la grande espansione del racconto che raggiunge nuove terre a sud e a est delle Montagne Nebbiose, in un susseguirsi di meraviglie: l'emergere di Lothlórien, degli Ent, dei Cavalieri di Rohan e di Saruman il Bianco nella fortezza di Isengard.
mercoledì 15 ottobre 2025
Operazione Toscana: la Lega, il Generale e la Scommessa Impossibile - ecco cosa ne penso
La politica, a volte, somiglia più a una scacchiera impazzita che a un gioco di logica. E la mossa che Matteo Salvini starebbe per compiere in Toscana, candidando il generale Roberto Vannacci alla presidenza della Regione, ha tutto il sapore di un all-in spericolato, un ultimo, disperato tentativo di ribaltare un tavolo dove si è già perso troppo. L'indiscrezione, che circola con insistenza nei corridoi del Transatlantico, non è solo una notizia: è una dichiarazione d'intenti. O, forse, di resa.
La Toscana, la "rossa" per antonomasia, la culla di un'identità culturale e politica antitetica a quella incarnata dal Carroccio, diventa il laboratorio di una destra che ha smarrito la sua bussola. Archiviata la parentesi moderata e governista, la Lega sembra voler tornare alle sue origini più incendiarie, scommettendo tutto sulla polarizzazione estrema. E chi meglio di Vannacci, l'uomo che con un libro ha diviso l'Italia, per interpretare questo ruolo?
La scelta è tanto tatticamente astuta quanto strategicamente suicida. Astuta, perché il Generale parla a una pancia del Paese che si sente inascoltata, orfana di certezze e sedotta da parole d'ordine semplici e brutali. È un voto di pura protesta, viscerale, che non cerca un programma ma un simbolo. Vannacci è quel simbolo. Garantisce visibilità mediatica, infiamma il dibattito e compatta un elettorato che altrimenti si disperderebbe nell'astensionismo o verso lidi ancora più a destra.
Ma è una strategia suicida perché trasforma una competizione elettorale in un referendum culturale. In una terra come la Toscana, moderata e storicamente refrattaria agli estremismi, una candidatura così divisiva rischia di produrre l'effetto opposto a quello sperato: compattare il fronte avversario. Il centrosinistra, spesso impantanato in liti correntizie e incapace di trovare una sintesi, riceverebbe in dono il miglior nemico possibile, un "mostro" da sbattere in prima pagina per risvegliare dal torpore anche l'elettore più disilluso.
Viene da chiedersi, allora, quale sia il vero obiettivo di Salvini. Vincere la Toscana? Improbabile. Più verosimilmente, si tratta di una battaglia interna al centrodestra. Con questa mossa, il leader della Lega lancia una sfida diretta a Giorgia Meloni e a Fratelli d'Italia: il monopolio della destra radicale è ancora mio. È un tentativo di recuperare terreno, di dimostrare che la Lega è ancora capace di dettare l'agenda e di interpretare i sentimenti più radicali della società, anche a costo di sacrificare una regione sull'altare della propria sopravvivenza politica.
L'operazione Vannacci, quindi, non parla tanto del futuro della Toscana, quanto del presente travagliato della Lega. È il sintomo di una crisi di identità, la febbre di un partito che, non sapendo più cosa dire al Paese, decide di urlare. Ma in politica, come nella vita, chi urla più forte non è detto che abbia ragione. Anzi, spesso sta solo cercando di nascondere la propria disperata debolezza. (Stefano Donno)
Dormire di Theresia Enzensberger (EDT)
martedì 14 ottobre 2025
L'Abisso dei Paragoni: Perché Accostare Hitler a Macron è un Errore Intellettuale (e un Pericolo Politico) - ecco cosa ne penso
C'è una tentazione intellettuale, tanto seducente quanto pericolosa, che emerge ciclicamente nel dibattito pubblico: quella della grande unificazione. È la tentazione di tracciare una linea retta tra fenomeni politici distanti, di appiattire le complessità storiche in una formula accattivante. L'analisi proposta da Giubbe Rosse News, che accosta in un unico afflato "espressionista" Hitlerismo, Trumpismo, Netanyahismo, Le Penismo e persino Macronismo, è un esempio da manuale di questa scorciatoia semantica. Un esercizio che, pur partendo da una possibile (e a tratti condivisibile) critica allo stile di certi leader, finisce per svuotare di significato i concetti che pretende di analizzare, generando più confusione che chiarezza.
Il punto debole, quasi una confessione metodologica, risiede nell'aggettivo "espressionista". L'approccio non si basa su un'analisi rigorosa delle ideologie, delle strutture di potere, dei contesti socio-economici o degli atti di governo, ma sullo stile, sulla percezione, sull'espressione quasi artistica del comando. È un metro di giudizio affascinante per un critico d'arte, ma drammaticamente insufficiente per un analista politico. La politica è sostanza, non solo rappresentazione.
Accostare l'Hitlerismo – un regime totalitario fondato su un'ideologia di annientamento razziale, la soppressione di ogni libertà e l'industrializzazione della morte – a figure come Trump, Le Pen o Netanyahu è già un'operazione intellettualmente spericolata. Sebbene si possano (e si debbano) criticare aspramente le derive nazionaliste, l'erosione delle norme democratiche o il populismo divisivo di questi leader, essi agiscono, nel bene e nel male, all'interno di cornici istituzionali che non sono (ancora) state annientate. Le loro azioni sono soggette a un controllo giudiziario, a un'opposizione parlamentare e a una stampa libera, per quanto sotto pressione. Confondere la crisi di una democrazia con la sua abolizione è il primo, fatale, passo falso.
Ma è l'inclusione del "Macronismo" a far crollare l'intero castello logico, rivelandone la natura pretestuosa. Emmanuel Macron, con la sua visione centrista, il suo europeismo quasi fideistico e le sue politiche economiche di stampo liberale, rappresenta l'antitesi ideologica di quasi tutti gli altri nomi sulla lista. Lo si può criticare per un approccio percepito come arrogante, "jupiteriano", o per politiche sociali divisive, ma assimilarlo a una categoria che parte da Hitler significa ignorare deliberatamente il contenuto delle sue politiche per concentrarsi su un presunto "stile" autoritario. È come giudicare un libro dalla rilegatura ignorandone il testo. L'operazione diventa una semplice collezione di antipatie personali, mascherata da analisi comparativa.
Quale sarebbe, dunque, l'alternativa a questa semplificazione?
Un approccio critico più fecondo non cerca un unico "ismo" che spieghi tutto, ma analizza i fenomeni trasversali che caratterizzano la nostra epoca.
Analizzare la "Sindrome dell'Uomo Forte": Invece di creare calderoni indistinti, sarebbe più utile studiare perché, in contesti diversissimi, l'elettorato premi figure che promettono decisionismo, leadership verticale e rottura con l'establishment. Questo è un fenomeno reale che unisce, con le dovute differenze, Trump a Orbán, ma che non ha nulla a che vedere con la gestione tecnocratica di Macron.
Distinguere tra Nazionalismo e Totalitarismo: Il nazionalismo populista di Trump o Le Pen è una minaccia per l'ordine liberale internazionale e per la coesione sociale interna, ma non è (ancora) il totalitarismo di Hitler. Usare i termini in modo intercambiabile fa un favore proprio a quelle forze di estrema destra, che possono così accusare i loro critici di isteria e banalizzazione, normalizzando di fatto la propria agenda.
Contestualizzare le Crisi Democratiche: La democrazia israeliana sotto Netanyahu affronta sfide immense, legate alla riforma della giustizia e al conflitto israelo-palestinese. La polarizzazione americana nell'era Trump ha messo a dura prova le istituzioni. Sono crisi reali e specifiche, che richiedono analisi specifiche, non un'etichetta onnicomprensiva che le renda indistinguibili.
L'analisi "espressionista" è una trappola. Riducendo tutto a una questione di stile, si perde la capacità di comprendere le differenze sostanziali che definiscono la politica. Si finisce per non vedere più il baratro che separa un presidente tecnocrate e liberale da un leader populista, e quest'ultimo da un dittatore genocida. E quando i contorni si sfocano, la capacità di riconoscere e combattere i pericoli reali, quelli concreti, si indebolisce pericolosamente. La buona analisi, come la buona politica, richiede precisione, non suggestione. (Stefano Donno)
Lecce appesa a un filo: la politica dei pali e il futuro incerto della mobilità - ecco cosa ne penso
Il Ritorno di Robert Langdon: Tra Genio e Apocalisse, la Formula (In)fallibile di Dan Brown – ecco cosa ne penso
C'è un rassicurante senso
di familiarità nel tornare a seguire Robert Langdon tra le pagine di un nuovo
romanzo. È come ritrovare un vecchio amico, sempre impeccabile nel suo tweed,
sempre pronto a decifrare un enigma che potrebbe far crollare le fondamenta del
mondo come lo conosciamo. Con "L'ultimo segreto", edito da Rizzoli,
Dan Brown non tradisce le aspettative e orchestra un thriller ad alta tensione
che, pur muovendosi su binari collaudati, riesce ancora una volta a incollare
il lettore alla pagina, lasciandolo con il fiato sospeso e la mente in
subbuglio. Fin dalle prime pagine, ci ritroviamo catapultati nel cuore pulsante
dell'azione. Il professore di simbologia di Harvard viene convocato a Firenze,
culla del Rinascimento, da una richiesta d'aiuto tanto criptica quanto
disperata. Questa volta, il mistero non affonda le sue radici solo nella storia
dell'arte (dei beni librari e architettonici) e della simbologia , ma si
proietta con violenza nel futuro. L'architrave della trama poggia su una
scoperta scientifica rivoluzionaria. Se nei suoi lavori precedenti Brown aveva
esplorato la dicotomia tra fede e storia, in "L'ultimo segreto" il
conflitto si sposta su un piano ancora più vertiginoso.
Dimenticate dunque le
luminose cupole di Roma e le eleganti avenute di Parigi. Questa volta,
l'oscurità chiama Robert Langdon nel suo epicentro, nel cuore alchemico
d'Europa: Praga. Una città che non è semplicemente uno sfondo, ma un'entità
viva, le cui guglie gotiche graffiano un cielo gravido di segreti e i cui ponti
sono sentieri sospesi su secoli di sussurri esoterici. In questo labirinto di
pietra e leggenda, ritroviamo Langdon non più solo, ma legato a Katherine
Solomon, la brillante studiosa di noetica le cui teorie sfidano i confini
stessi della coscienza umana. Un legame che si rivela subito per quello che è:
un punto debole, un'esca. Katherine è a Praga per svelare al mondo le sue
rivoluzionarie scoperte, ma il palcoscenico della sua conferenza si trasforma
in un altare sacrificale. Il sipario cala bruscamente, e lei svanisce nel
nulla, inghiottita da un'ombra che si muove tra le pieghe della realtà. Per
Langdon, è l'inizio di una vertigine. Non c'è tempo per il lutto, solo per la
caccia. Viene scaraventato in un vortice letale dove i confini tra scienza
eretica, dogmi religiosi e cospirazioni politiche si dissolvono come nebbia
sulla Moldava. A orchestrare la discesa agli inferi è un'organizzazione
fantasma, una setta il cui unico, terrificante obiettivo è cancellare dalla
storia il manoscritto di Katherine: un testo proibito, una chiave in grado di
scardinare le porte della mente e liberare un potenziale che il mondo non è
pronto a conoscere.
Un Respiro Affannoso Fino
all'Ultima Pagina
La firma di Brown è
impressa a fuoco in ogni capitolo. Il ritmo non è una narrazione, è un
elettrocardiogramma impazzito. Capitoli brevi come un respiro affannoso,
cliffhanger che affondano le loro lame nella curiosità del lettore,
costringendolo a voltare pagina con la frenesia di chi sa di essere braccato.
La clessidra scorre inesorabile: meno di ventiquattro ore per decifrare sigilli
arcani, attraversare un'Europa spettrale e strappare la verità dalle mani di
chi vuole seppellirla per sempre. È una formula che conosciamo, un rituale
narrativo a cui siamo stati iniziati da tempo. Eppure, come un antico
incantesimo, continua a esercitare il suo oscuro fascino, intrappolandoci in
una spirale di tensione da cui è impossibile fuggire.
Echi dal Passato: Il
Fascino e il Limite del Déjà-vu
A rendere questo viaggio
memorabile è senza dubbio lei, Praga. La città è la vera protagonista, un
dedalo di vicoli medievali che trasudano alchimia, cattedrali che sembrano
costruite per custodire complotti millenari. L'immaginario che evoca è meno
battuto, più inquietante, un terreno fertile per le ossessioni di Brown,
lontano dallo sfarzo di altre capitali e più vicino all'anima nera del Vecchio
Continente. Tuttavia, è proprio qui che l'eco del passato si fa più forte,
forse troppo. La sensazione di déjà-vu è un'ombra che tallona il lettore più
smaliziato. Le maschere tornano a indossare volti familiari: l'accademico
geniale e tormentato, l'eroina coraggiosa depositaria di un sapere
sconvolgente, l'antagonista invisibile che tesse la sua tela da un luogo
imperscrutabile. Il meccanismo è oliato alla perfezione, ma la sua
prevedibilità rischia di trasformare il brivido della scoperta in un semplice,
seppur magistrale, esercizio di stile. La domanda, allora, sorge spontanea:
stiamo assistendo all'ennesima, brillante replica di un rito conosciuto, o
abbiamo ancora il coraggio di guardare nell'abisso, sperando di trovarvi
qualcosa di veramente nuovo?
"L'ultimo
segreto" è Dan Brown al suo meglio. È un thriller erudito, un page-turner
inarrestabile che conferma il suo autore come uno dei più grandi architetti di
suspense contemporanei. I puristi del genere potrebbero storcere il naso di
fronte a dialoghi a tratti didascalici o a colpi di scena non sempre
imprevedibili, ma sarebbe un errore fermarsi alla superficie. Il romanzo
funziona perché tocca corde profonde, paure e speranze ancestrali, vestendole
con l'abito scintillante dell'avventura. È un invito a interrogarci sui limiti
della conoscenza, e della coscienza e sulle responsabilità che ne derivano. I
fan di Robert Langdon troveranno pane per i loro denti, mentre i nuovi lettori
scopriranno una macchina narrativa oliata alla perfezione. "L'ultimo
segreto" non è solo la soluzione a un enigma secolare, ma l'inizio di una
domanda inquietante che continuerà a risuonare nella mente del lettore molto
tempo dopo aver chiuso l'ultima pagina. Un ritorno in grande stile (Stefano Donno)
il caso Branchi. L' ultima verità di Nicola Bianchi ( Minerva Edizioni) - video
il caso Branchi. L' ultima verità di Nicola Bianchi ( Minerva Edizioni) - video
29 settembre 1988, una notte di nebbia fitta, a Goro. Una notte che nessuno potrà più dimenticare, l’ultima per Vilfrido Luciano Branchi, per tutti semplicemente Willy. Il suo corpo, completamente nudo e massacrato di botte, verrà trovato all’alba del 30 settembre lungo una delle sponde del fiume Po, proprio sotto il cartello di Goro, paese di pescatori tra le regioni dell’Emilia-Romagna e del Veneto. Faccia e pancia contro la nuda terra inzuppata di sangue, Willy è stato ucciso con una pistola da macello, quella che in quegli anni veniva utilizzata per giustiziare i maiali. Ma chi ha commesso il massacro? Chi non ha avuto nemmeno un briciolo di pietà per quel ragazzone di oltre 180 centimetri, con un deficit cognitivo, che non avrebbe mai fatto male nemmeno a una mosca?
Oggi, quasi 40 anni dopo, non c’è ancora la verità, manca il nome (o i nomi) del responsabile, manca il movente, mancano le risposte a tanti perché. In questo libro, riedizione totalmente aggiornata di Storia di Willy e di Valeriano Forzati presunto colpevole, uscito nel 2015, vengono messi in fila tutti i nodi della tragedia, arrivando fino ai giorni nostri con un’inchiesta ancora aperta. Nel 2014, grazie a un’indagine giornalistica e a un’intervista fatta all’ex parroco del paese, don Tiziano Bruscagin, il fascicolo venne riesumato dagli archivi polverosi del tribunale e riscritto in ogni sua parte, aggiungendo centinaia di testimoni, sentendo migliaia di intercettazioni telefoniche e ambientali, riprendendo in mano vecchi interrogatori, facendo emergere dettagli mai scoperti prima. Ma, soprattutto, scandagliando una nuova pista, quella della pedofilia, celata dietro un muro di omertà non ancora abbattuto.
Il Caso Branchi ripercorrerà tutte le tappe della vicenda, attraverso interviste e atti esclusivi, portando il lettore in un mondo oscuro, viscido e tenebroso dal quale non potrà più tornare indietro
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Milano, 20 aprile 1814: la notizia dell’abdicazione di Napoleone re d’Italia porta una folla inferocita a invadere il Palazzo del Senato p...
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Stefano De Martino, sui social il video intimo con la fidanzata Caroline Tronelli: gli hacker violano le webcam di casa | Corriere.it
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IQDB Casa Editrice presenta "Ho sbagliato tutt...






