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Policy - Benvenuti su "To Be STEFANO DONNO": Una Vetrina per le Eccellenze Italiane e Internazionali
lunedì 27 ottobre 2025
La Tregua dei Giganti: Perché l'Accordo USA-Cina è solo un Cerotto sulla Frattura Globale - ecco cosa ne penso
Mentre le agenzie battono la notizia e i mercati festeggiano la stretta di mano tra Washington e Pechino, è d'obbligo, per chi osserva la geopolitica senza lenti colorate di rosa, raffreddare gli entusiasmi. Non assistiamo alla fine della Seconda Guerra Fredda; assistiamo, nel migliore dei casi, a una sua sospensione tattica. Un armistizio dettato dalla necessità, non dalla volontà.
Sia chiaro: un dialogo tra le due superpotenze è preferibile a un'escalation incontrollata. Ma l'accordo raggiunto – che La Repubblica suggerisce sia stato analizzato criticamente da voci autorevoli come quella di Sergey Radchenko – non è una pace. È un cerotto.
È un cerotto applicato da due economie che, semplicemente, non potevano più sostenere il ritmo dello scontro frontale. Da un lato, un'America alle prese con un'inflazione che morde e la necessità di stabilizzare i fronti prima di un ciclo elettorale; dall'altro, una Cina che fa i conti con i fantasmi del proprio modello di sviluppo: una crisi immobiliare sistemica, un debito interno galoppante e una demografia che rema contro.
Hanno comprato tempo. Ma a quale prezzo e, soprattutto, lasciando cosa fuori dal tavolo?
Qui sta il punto dolente, l'inganno di questa pax temporanea. L'accordo, presumibilmente di natura commerciale o tariffaria, non tocca – perché non può toccare – il cuore della contesa: la supremazia tecnologica e militare.
Possiamo essere certi che l'intesa non risolva la "guerra dei chip", né fermi la corsa disperata all'Intelligenza Artificiale generativa e militare. Non definisce uno status quo accettabile su Taiwan, che resta la faglia tettonica più pericolosa del pianeta. Non smantella l'architettura delle alleanze contrapposte (AUKUS da un lato, l'asse con Mosca e Teheran dall'altro).
È un accordo che gestisce i sintomi, ignorando la malattia. La malattia è la competizione sistemica tra due modelli incompatibili, una contesa per definire le regole del XXI secolo.
E l'Europa? L'Europa, come al solito, è il grande assente.
Siamo i convitati di pietra a un banchetto a cui non siamo stati invitati. In questo G2 che gestisce il pianeta, l'Unione Europea rimane un ricco mercato da conquistare e un consumatore di sicurezza (americana), ma tragicamente privo di una volontà di potenza autonoma.
Mentre Washington e Pechino decidono quali tecnologie saranno permesse e quali bandite, quali rotte commerciali proteggere e quali strangolare, Bruxelles si divide su dettagli regolatori, incapace di esprimere una voce strategica unitaria.
Questo accordo, quindi, non è una buona notizia per l'Europa. È un campanello d'allarme assordante. Dimostra che i due giganti possono alzare o abbassare la tensione a loro piacimento, trattando il resto del mondo come scenario secondario. Se non ci svegliamo da questo sonno strategico, finiremo per essere il terreno di gioco della loro prossima crisi, o il prezzo da pagare nel loro prossimo accordo. (Stefano Donno)
La strega di Dan di J. Malina, Eva Simon (Tra le righe libri)
domenica 26 ottobre 2025
L'agenda di famiglia e la "Rivoluzione" sulla Giustizia: Marina Berlusconi e l'ombra lunga di Arcore - ecco cosa ne penso
Che la separazione delle carriere fosse il cuore pulsante della riforma della giustizia voluta da questo governo, era noto. Che fosse un vecchio pallino del centrodestra, altrettanto. Ma la recente "discesa in campo" di Marina Berlusconi, che dalle colonne del Fatto Quotidiano e altre testate plaude all'intervento definendolo "una rivoluzione", opera uno svelamento politico cruciale. Sgombra il campo da ogni tecnicismo e riporta la battaglia esattamente dove era nata: nello scontro trentennale tra un'idea di potere e l'autonomia della magistratura.
Quando la presidente di Fininvest e Mondadori parla di giustizia, non parla mai da semplice cittadina. Parla da erede, non solo economica ma politica, di una visione del mondo e dello Stato che ha nel presunto "strapotere" delle procure il suo nemico giurato. Sentirla parlare, come riportano le cronache, delle "due facce" della giustizia e della "drammatica esperienza subita dal padre", non è un'analisi. È una rivendicazione.
Non si tratta, e non si è mai trattato, di migliorare l'efficienza del sistema o di aderire a un modello astrattamente più liberale. Si tratta di saldare un conto.
La "rivoluzione", termine che la stessa Berlusconi usa con enfasi, suona sinistra alle orecchie di chi, come l'Associazione Nazionale Magistrati o l'assemblea internazionale dei giudici citata dal Fatto, vede in questa riforma non una garanzia in più per i cittadini, ma un passo decisivo verso l'assoggettamento del pubblico ministero al potere esecutivo.
Mentre l'ANM bolla le critiche di Marina Berlusconi come il solito tentativo di delegittimazione, parlando di "errori fisiologici" del sistema, e mentre un magistrato del calibro di Nicola Gratteri avverte che l'obiettivo è "trasformare i pm in burocrati" per "impaurirli", la figlia del fondatore di Forza Italia offre la vera chiave di lettura. La riforma non è tecnica; è filosofica. Anzi, è dinastica.
È la prosecuzione, con mezzi oggi governativi, di una guerra iniziata a metà degli anni '90. La separazione delle carriere, nella narrazione berlusconiana, non serve a rendere il giudice più "terzo". Serve a indebolire l'accusatore. Serve a spezzare quel legame di "cultura della giurisdizione" che, pur con tutti i suoi difetti, ha garantito finora che il pm non fosse un semplice "avvocato dell'accusa" alle dipendenze della politica, ma un magistrato custode della legalità.
L'intervento a gamba tesa della presidente Mondadori, in un momento così delicato del dibattito parlamentare, non è un endorsement: è un avviso. È il sigillo di famiglia su una legge che non promette una giustizia migliore, ma una giustizia più debole. Una "rivoluzione", appunto, che mira a rovesciare non gli errori del sistema, ma uno dei pilastri fondamentali dell'equilibrio democratico. (Stefano Donno)
Purgatorio di Ilaria Palomba (Alter Ego)
Libro presentato da Francesca Pansa nell’ambito dei titoli proposti dagli Amici della domenica al Premio Strega 2025.
Ilaria Palomba fronteggia interrogativi estremi e come Bernhard fa dialogare vita e morte in uno stile lirico che si lega agli eventi. Il lessico aulico, gli arcaismi, l'ossessività martellante, il movimento spiraliforme conducono il lettore a soffermarsi: ogni frase cerca di contenere il tutto.
Ilaria ha ingoiato delle benzodiazepine, ha dato le spalle a Roma e si è lanciata nel vuoto. Vive mesi lunghissimi in unità spinale; non sarebbe dovuta sopravvivere, invece torna addirittura a camminare. Il dolore mentale lascia spazio a quello fisico, spesso si sovrappongono, a volte esplodono, altre si silenziano in apatia. Le elucubrazioni raccontano il passato, gli uomini che si sono susseguiti, gli incubi, l'angoscia, un amore smodato per la letteratura e per la filosofia, cosa ha portato al suicidio ma anche ciò che è stato il ritorno alla vita dopo il "grande salto". "Purgatorio" è un memoir che segue un andamento poetico, dove i personaggi riscrivono la propria identità nell’impossibilità di fissarla.
I Quaderni del Bardo Edizioni di Stefano Donno presentano un trittico poetico che unisce Italia e Corea del Sud
La casa editrice I Quaderni del Bardo Edizioni di Stefano Donno, con il patrocinio morale del Consolato Generale della Repubblica di Corea a Milano, è orgogliosa di annunciare la pubblicazione di tre opere fondamentali che aprono una finestra privilegiata sulla poesia sudcoreana contemporanea. Si tratta di un progetto ambizioso e culturalmente rilevante, curato dalla poetessa Laura Garavaglia (Presidente della Casa della Poesia di Como e del Festival Europa in Verso), che mira a consolidare un dialogo letterario tra l’Italia e il mondo. Le tre pubblicazioni, uscite in questi giorni, rappresentano un’immersione profonda nell’estetica e nelle tematiche di alcuni dei più importanti poeti coreani del nostro tempo.
1. Antologia di Poesia Coreana Contemporanea: Poesie di 4 versi
Questa antologia rappresenta il cuore del progetto. Raccoglie le voci di dodici tra i più autorevoli poeti sudcoreani, Choi Dongho, Doung Siyoung, Kim Chu-in, Kim Kooseul, Kim Soo-bok, Ko Doohyun, Lee Hasuk, Na Ki Chul, Park Yong-jae, Shin Duk-ryong, Son Jeoung-Soon, You Jaeyoung, offrendo al lettore italiano un’eccezionale panoramica sulla potenza espressiva del verso breve. L’opera, tradotta in inglese, italiano e coreano da Laura Garavaglia con la collaborazione e supervisione di Kim Kooseul & Sodam Choi , esplora come quattro soli versi possano contenere un universo, unendo una poetica meditativa a una natura che funge da specchio dell’interiorità. Come sottolinea l’editore Stefano Donno nella sua postfazione, “L’arte del frammento che contiene un universo”, questa raccolta dimostra come la brevità non sia un limite, ma una forza generativa capace di mettere il lettore in ascolto del non detto.
2. Vita Radiosa, Oggi di Choi Dongho
Un volume monografico opera di uno dei più importanti poeti e critici letterari sudcoreani. Choi Dongho (nato a Suwon nel 1948) è Professore Emerito all’Università di Corea e membro dell’Accademia Nazionale delle Arti. La sua opera è un’esplorazione profonda della “Poetica che porta a un Tao”, unendo “Spiritualismo” ed “Estremismo Lirico”. Vita Radiosa, Oggi, con traduzione e cura di Laura Garavaglia , offre un saggio critico di Hong Yonghee che guida il lettore attraverso simboli potenti come l'”occhio della poesia” e la “luce miracolosa”, archetipi di una ricerca spirituale che trascende il tempo.
3. Avenidas Pérdidas di Kooseul Kim
Questa raccolta, con traduzione in spagnolo del poeta e traduttore Emilio Coco, testimonia la vocazione internazionale del progetto. Kooseul Kim (nata a Jinhae nel 1953) è una poetessa, traduttrice e Professoressa Emerita di Letteratura Inglese, vincitrice di numerosi premi tra cui il prestigioso Babel Prize for Literature negli Stati Uniti. La sua poesia, come evidenziato nel prologo da Laura Garavaglia, armonizza influenze occidentali con la tradizione coreana, dove la Natura diventa metafora dell’esistenza e la memoria un atto di recupero di “avenidas perdidas” del dolore e dell’amore.
L’impegno di un editore per la cultura
Con questa iniziativa, I Quaderni del Bardo Edizioni di Stefano Donno riafferma il suo ruolo di mediatore culturale. Lontano dalle logiche del mercato di massa, l’editore salentino prosegue con coerenza un percorso volto a costruire ponti tra culture, credendo fermamente, come scrive Donno, che “la parola sia ancora capace di costruire ponti — tra mondi lontani, tra lingue, tra cuori”. Il progetto è reso possibile grazie alla sinergia con figure chiave come Laura Garavaglia, poetessa e instancabile promotrice culturale, Presidente della Casa della Poesia di Como e il supporto e patrocinio morale del Consolato Generale della Repubblica di Corea a Milano. Un lavoro corale che permette al pubblico italiano di accedere a una produzione poetica raffinata, potente e finora troppo poco conosciuta. Queste opere non sono solo libri, ma gesti di apertura e riconoscimento, che tracciano nuove mappe del sentire umano in un tempo che tende a chiudere i confini. I libri potete trovarli nella sezione blog del sito della casa editrice I Quaderni del Bardo Edizioni di Stefano Donno.
I Quaderni del Bardo Edizioni di Stefano Donno
https://www.quadernidelbardoedizionilecce.it/
sabato 25 ottobre 2025
Il teatro del disgelo: perché i negoziati USA-Cina sono il "Giorno della Marmotta" della geopolitica - ecco cosa penso
La notizia, ormai un classico del repertorio diplomatico, suona più o meno così: "USA e Cina riavviano i negoziati". Cambiano i luoghi (ieri la Malesia, come documentava Il Sole 24 Ore in un pezzo del 2019, oggi forse Vienna o Singapore) e cambiano i negoziatori di secondo livello, ma la sostanza resta pericolosamente immobile.
Ogni volta che Washington e Pechino annunciano una "ripresa del dialogo", i mercati tirano un sospiro di sollievo, le borse rimbalzano e i commentatori si affrettano a celebrare il trionfo della ragione. È un rituale confortante. Peccato che, sempre più spesso, assomigli più a un'abile mossa di pubbliche relazioni che a un reale tentativo di risolvere la frattura strutturale che definisce il XXI secolo.
Analizziamo la dinamica. L'articolo del 2019 citava la ripartenza dei colloqui dopo uno stallo nell'era Trump. Quei negoziati, come quelli che li hanno preceduti e quelli che li hanno seguiti, si sono concentrati sulla superficie del problema: tariffe, acquisti di soia, equilibrio della bilancia commerciale. Erano, e restano, negoziati transazionali.
Il problema è che la partita non è più commerciale. È sistemica.
Ci illudiamo che il dialogo serva a trovare un compromesso, ma per le due superpotenze il dialogo è diventato semplicemente un altro strumento del conflitto.
Da un lato, Washington (indipendentemente dall'amministrazione in carica) usa i colloqui per gestire la percezione dei propri alleati. Deve dimostrare di non essere il "guerrafondaio" della situazione, di tentare la via diplomatica prima di imporre l'inevitabile de-risking, i controlli sulle esportazioni di semiconduttori o le sanzioni. È una mossa per consolidare il fronte interno e quello occidentale.
Dall'altro lato, Pechino padroneggia l'arte dell'attesa. Partecipa ai colloqui per guadagnare tempo, per dipingere gli Stati Uniti come un partner inaffidabile e isterico, e per rallentare l'imposizione di nuove misure restrittive. Ogni mese guadagnato senza nuovi dazi o blocchi tecnologici è un mese in più per rafforzare la propria autonomia strategica (la "doppia circolazione") e ridurre la propria vulnerabilità.
Ciò a cui assistiamo non è una negoziazione, è una gestione della tensione. È l'equivalente geopolitico di due pugili che si abbracciano in un clinch per riprendere fiato prima del prossimo round, non per firmare un armistizio.
La vera agenda non è sui tavoli negoziali della Malesia o di qualsiasi altro luogo neutrale. La vera agenda è la supremazia tecnologica sull'Intelligenza Artificiale, il controllo delle catene di approvvigionamento critiche (dai chip alle terre rare) e, inevitabilmente, la questione di Taiwan.
Questi non sono temi che si risolvono bilanciando importazioni di acciaio o esportazioni di software. Sono questioni a somma zero, pilastri della sicurezza nazionale e dell'identità ideologica di entrambe le potenze.
Mentre i diplomatici sorridono alle telecamere e confermano la "ripresa dei contatti", nei corridoi del potere di Washington e Pechino si pianificano le prossime mosse della guerra tecnologica ed economica.
Il pericolo, per l'Europa e per il resto del mondo, è scambiare questo teatro per la realtà. Applaudire il "disgelo" significa ignorare che, sotto la sottile crosta di ghiaccio della diplomazia, la rivalità strutturale scorre più calda e impetuosa che mai. Faremmo bene a prepararci per l'impatto, anziché sperare che il "Giorno della Marmotta" finisca con un lieto fine che, semplicemente, non è previsto dal copione (Stefano Donno)
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