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Policy - Benvenuti su "To Be STEFANO DONNO": Una Vetrina per le Eccellenze Italiane e Internazionali

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lunedì 10 novembre 2025

CINQUE RIOTS TARDOMODERNISTI DI IVAN POZZONI

 Commento di Marika Famà sul tardomodernismo letterario

Mi piace il tuo stile, e il tuo progetto, ma il fatto che piaccia a me è molto relativo perché ritengo che non tutti riusciranno a capire. Non so se ti sei accorto che anche dentro questo mezzo la gente non riesce a leggere ciò che supera le tre righe e che non esistono più le metafore perché tutto viene decifrato alla lettera. Comunque a me piace.

 

PROVA, PROVA, PROVA, BREVITAS

 

Il tardomodernismo mi obbliga a non essere breve

ti verso 2/3 di redbull e 1/3 di vodka, 3/3 vodka e taurina,

con la massima attenzione, psicotropa, leggi i miei versi sotto la neve

sudore, freddo, sudore, freddo, mi cedi il controllo della tua neurina.

 

I miei versi attaccano come GdF e magistratura

controlla l’attacco della tua capigliatura,

col regalo, a tutti i cojoni, della legge Bacchelli

la mia arte ti trasforma, in rasta, senza capelli.

 

Nonostante la mia fama si sia accreciuta

rimango, senza remora, il solito hijo de puta.

 

 

LA MASNADA DI KUBLA KHAN

 

Nell’universale universo di stasera il solito cazzaro lirico/elegiaco,

senza intuire lontanamente il senso dei miei trattati di sociologia dell’arte

nella lettura di un testo teoretico sei finisci a cadere nell’egomaniaco

non distingui tra elenchi e citazioni, a bloccare la tua ipofisi c’è un fermacarte.

 

Lo sconosciuto metronomo mi accusa di scrivere «rime telefonate»,

smetto di leggere il commento, non c’è in Italia chi riesca a avvicinarsi alla mia rima funambolica,

tutti nascosti, dietro una lira al metro o un metro alla lira, arrivano max al ritmo delle baciate

del culo di critici e autori XX, senza raggiunger la mia frequenza neanche con l’uso di una parabolica,

mi accingo a leggere i suoi testi, una marea di orfismi e stro...banalità che nemmeno Morfeo

occorre la morfina, se non vuoi andare in coma, ha il ruolo di comparsa in un cameo

nel film Ciobar La fabbrica di cioccolato, il terzo Umpa Lumpa, a destra, di Willy Wonka,

ha l’originalità, In WWF,  del mitico Ultimate Warrior travestito da Tatanka.

 

Poi, investigando sull’identità dell’Innominato, mi accorgo che negli anni del famoso bridge

era nel direttivo di una mezza rivista CZ, LAM, implorava i miei frammenti Jekyll/Hyde

come Voce un’eroina, e io eroe dei due mondi, concedevo i testi minori con le mie rime Skype,

venduto a Crocetti, col nucleo Kubla Khan o sono ignoranti o si riferiscono alla novità di Coleridge,

Хубилай хаан non scriveva in tetrametri e trimetri giambici, avendo uno stile Brullo,

non ci arriverebbe nemmeno Giuliano, non ha l’eccellenza stilistica di un trullo,

oh, nascono come voci (da 1/2 volume in bibliografia) con l’animo fuori dal coro

e li ritrovi tutti, a saltare e urlare e commentare, come i mongoli dell’Orda d’Oro.

 

 

OGNI LIMITE HA UNA PAZIENZA

 

G'ho un mal in del cul, stanotte, a torso nudo, dipinto di vernice rossa (come la Gisella di Guareschi),

finito l’azzurro dei guerrieri britanni, ogni limite ha una pazienza, non tollero la sociocrazia

che condanna, sfotte, bullizza, senza argomentazione, Democrazia dell’Amplifon, sine rischi,

il leader neofascista Antonio Gallardo è condannato dalla sua obesità, siamo in regime d’acrobazia

è ciccione e sostiene che l’immigrato ci ruba il cibo, argomentazione habermas/apeliana,

e centinaia e centinaia e centinaia di stronzi a ridondare, con like, come cammelli in una carovana

mi è venuta voglia di tirare fuori il busto di Mussolini di mio nonno e di ritornare neo-fascista,

fascio in fasce, chi la capisce è bravo, Griso, la limitiamo questa catena neo-consumistica fordista?

 

La sociocrazia tollera che un fallito minacci una donna, coi cojoni, senza nessun coro di scorno

la mia milizia NSEAE hijacking attende autorizzazione e si organizza a levarselo di torno,

la sociocrazia tollera che una bellissima donna desideri sparire, creando continue paranoie DCA

Иван Поцони, sociopatico, distrugge ogni suo blocco invadendo le sue crisi come un parà,

la sociocrazia difende Babbazzi, uno scribacchino dell’85 con tre romanzi ghostwriters,

non riesce a mantenersi come artista, milioni in Italia, e non accetta l’offerta di McDonald’s,

di lavare i cessi, o sei mestierante dell’arte o trovati un mestiere, o scrivi su Atelier,

non scrivere, marketing, che un loft a Milano costa troppo, se non hai steso la Chanson de Roland.

 

Rivendico, con forza, la mia  «neurodiversità», artista AuDHD, da un lato autistico senza emozioni

organizzo i miei riots con metodo intransigente, dall’altro artista senza attenzione verso i cojoni

cento e cento e cento epigoni di epigoni di epigoni (epigoni Rubik), tutti con la medesima scrittura,

il medesimo stile, metro, mood, ritmo, lanciato dai seducenti dictatores del regime Mondazzoli,

acquisto il ruolo del leader dell’opposizione, circondato da bersaglieri ottuagenari, con agile andatura,

annettiamo, con voto forzato, le markette dello Stato Pontificio e arriviamo a Roma, città a priori,

come la Lega Nord, fuck-simile della mia Lega Lombarda, Dama, ti devi associare alle collette

del Kolektivne NSEAE, nell’attuale sono l’artista italiano con maggior dimensione delle tette.

 

 

SIAMO TUTTI HULK HOGAN

 

Siamo tutti Hulk Hogan, Terry Bollea, vittime del neo-consumismo statunitense

l’american dream tardomoderno di Bukowski, the new american dream,

ottenuto con doping, anfetamine e anabolizzanti, stare in piedi con suspense,

dieci operazioni causa botte ricevute, volando nel cielo con l’eleganza di uno Zeppelin,

morti di infarto da marketing come i due amici André e Randy Savage

siete veri artisti del XX, meglio del camorrista orfico (auto-dichiarato) Montale,

vittime della blague situationniste del nomadic capitalism scopo surmenage,

seguiti da milioni di individui affascinati dalla finzione clericale.

 

Ricordiamo tutti, >93.000 followers, Ungaretti e Quasimodo, 200, l’incontro con André the Giant

al Pontiac Silverdome di Detroit, maggiori presenze di Wojtyla, l’affluenza di un cafe-chantant

cosa si diranno Hulk Hogan e Ozzy nel Valhalla, Hogan va di big boot e leg drop

alza 250 kg e il mondo esplode, la praxis batte l’ermetismo egomaniaco di Ossi di seppia,

Ozzy si mangia la colomba della distrofia artistica della pace erotomanica da porno-shop,

entrambi vittime e oppositori del neo-consumismo, non ufficializzato dalla Bibbia,

performances create a tavolino, da agenzie e marketing, con massima reazione reazione all’ἐπίδειξις

che surclassano la mancanza di πάθος dell’arte scribacchina, votata alla disgrazia della ὕβρις.

 

Il neo-consumismo americano spinge all’eccesso nelle performances, sollevi Bundy,

sconfiggi Savage e Ultimate, le faide con Undertaker, come bere una bottiglia di brandy,

cambi federazioni, come un manager scafato, e non ti accorgi di essere flexibilityzzato,

i dollari arrivano a milioni, fai un serial in WWF e WWE e uno alla televisione d’apparato,

performances su performances su performances (performances Rubik), diventando invalido,

ti hanno asportato i nervi delle gambe e, finalmente ti sei fermato, accusando la struttura,

con una critica woke culture, o cancel culture, Hogan non era un intelle(a)ttuale valido,

consacrato a lui la nostra a-dolescenza, con il successo internazionale abbiamo segnalato una rottura.

 

C’è un mini-critico, sconosciuto, che nel 2025, mi accusa di fare rime telefonate

con le offerte TIM e Omnitel ogni lirico non è in grado di fare scopate e baciate

dream/Zeppelin, Savage/surmenage, leg drop/porno-shop, nella mediocre Italia nessuno ci riesce,

funziona la rima sole/cuore/amore, nelle centinaia di asini che abusano di una scrittura che non esce

dal canon, cave canon!, del modernismo novecentesco dell’epigonismo cucchiano

serve un butt-plug estetico ad allenare, con le sciocchezze seduttive elegiache, i muscoli dell’ano.

 

  

IL POETA PROSSENETA

 

Dopo vent’anni di spiegazione - come base il diritto oggettivo- non c’è verso

che l’artista intenda che non ha nessun diritto fondamentale ad essere retribuito,

al di fuori che ottenga un contratto di lavoro con un editore, cosa rara in tempo avverso

e c’è chi, asino di Galantara, sostiene, in nome del versoliberismo una necroeditoria in cortocircuito

lamentandosi, da mestierante, che oggetto del suo duro lavoro non sia adeguatamente remunerato

l’arte di consumo è merce, io vendo la mia merce all’editore che ricava miliardi sul mercato.

 

Peccato. Il contadino coltiva un cavolo, oggetto di consumo, merce che espone su una bancarella

acquistata o affittata al mercato ortofrutta, non vende e chiede risarcimento all’azienda di servizi

che affitta o vende bancarelle, grazie al cavolo, scontando il rischio del suo fallimento alla scarsella

del CEO dell’azienda di intermediazione tra domanda e offerta, dotato di una decina di orifizi,

tu scrivi un libro, oggetto di consumo, merce, che esponi in una collana di un microeditore

che, con l’ipertrofia del volume dei volumi stampati ogni 10 minuti, dovrebbe vendere il tuo cavolo

di libro (secondo reports statistici chiunque vende max 1 copia/mese) condannato all’inceneritore

assumendosi il rischio del tuo fallimento, non essendo Camilleri o Faletti, come se fosse un broccolo.

Mestierante, non esiste una norma che obblighi un editore, associazione o azienda di servizio,

a chiudere un contratto di edizione tra autore ed ente, tutto sta all’attività di negoziazione

tra contadino e imprenditore, che è in grado di imporre un contratto di servizi senza nessun vizio

chiedendo una contribuzione, equa, ai costi di lavorazione, son finiti i tempi di Pantalone

l’editore spinge la tua merce con marketing e markette, se nessuno acquista ti attacchi

se crei un best seller coi bonus milionari sulle vendite ti compri una Jaguar con lo schermo tv

non capisco le tre carte del rischio di impresa, contrattualizzare a scatola chiusa è da allocchi,

la merce è tua, l’editore intermedia, il cliente attenziona o snobba (99%), il cretino sei tu.




 

Il Sospiro di Washington. L'Ennesima Tregua "Armata" che non Salva la Politica USA - ecco cosa ne penso

Washington tira un sospiro di sollievo. L'America (e il mondo con essa) scansa, ancora una volta, l'imbarazzante baratro dello shutdown. Il Senato, con un sussulto di apparente responsabilità istituzionale, ha partorito l'accordo bipartisan. Un testo "ponte", una Continuing Resolution che sposta la crisi di qualche settimana, forse di qualche mese.


Applausi in aula, strette di mano tra i leader di maggioranza e opposizione, dichiarazioni sollevate dalla Casa Bianca. Ma non lasciamoci ingannare da questa ennesima recita del "buon senso ritrovato". Quello a cui abbiamo assistito non è un trionfo della politica. È la certificazione della sua cronica disfunzionalità.

Non si tratta di governare. Si tratta di sopravvivere.

Il Congresso americano, un tempo motore legislativo del mondo libero, è ridotto a vivere alla giornata. L'accordo raggiunto in extremis al Senato – probabilmente un testo "pulito", privo di quegli aiuti internazionali (vedi Ucraina o Israele) o di quelle riforme sulla sicurezza interna che tanto dividono – non risolve un solo problema strutturale. Rimanda, semplicemente, l'esecuzione.

È il trionfo della "politica della toppa".

Il vero dramma non è lo shutdown evitato oggi, ma la certezza matematica che se ne presenterà uno identico tra poche settimane. La superpotenza globale non riesce a programmare il proprio bilancio federale. È tenuta in ostaggio non tanto da legittime differenze ideologiche, quanto dalla "tirannia delle minoranze" estremiste, in particolare nell'ala destra della Camera.

Il Senato, con la sua tradizione di maggiore ponderazione, può anche costruire ponti, ma la palla passa ora a una Camera dei Rappresentanti che assomiglia più a un'arena balcanizzata che a un'assemblea legislativa. Lì, lo Speaker di turno – chiunque esso sia – governa non con una maggioranza, ma con un pugno di voti che possono essere ritirati in qualsiasi momento da un manipolo di falchi.

Questo accordo bipartisan al Senato, dunque, serve solo a prendere tempo. È ossigeno a breve termine per un paziente in terapia intensiva.

La critica non va solo alla destra oltranzista, che usa la tattica della "terra bruciata" come strumento di visibilità mediatica. Va anche a una leadership democratica e repubblicana moderata che ha rinunciato a qualsiasi visione a lungo termine, accontentandosi di evitare il disastro immediato.

Festeggiare per aver evitato (ancora) di chiudere i parchi nazionali e di mandare a casa i dipendenti federali senza stipendio è il minimo sindacale, non un successo politico. È come celebrare un pilota perché è riuscito a non far precipitare l'aereo dopo aver passato l'intero volo a gestire avarie auto-inflitte.

Mentre il mondo affronta sfide epocali, Washington si paralizza sul come pagare i propri conti. L'accordo di oggi non è una vittoria. È solo un altro rinvio, l'ennesima dimostrazione di stanchezza di un impero incapace di gestire la propria ingestibile complessità.

(Stefano Donno)



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domenica 9 novembre 2025

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Kiev al Buio, Washington in Tilt: La Guerra Vinta dalla Paralisi - ecco cosa ne penso

 Mentre le infrastrutture energetiche ucraine vengono metodicamente azzerate – su entrambi i fronti, va detto, in una spirale di distruzione che non risparmia nessuno – la vera partita non si gioca più solo sul campo. Si gioca nei corridoi del Cremlino, dove Sergei Lavrov orchestra la sua offensiva diplomatica, e, ancor più, nel caos autoreferenziale di Washington, paralizzata da uno shutdown da record.

L'Ucraina, ridotta "a zero" nella sua capacità produttiva, è oggi la vittima non solo dei missili russi, ma anche e forse soprattutto dell'inerzia occidentale e della furbizia strategica di Mosca.

Da un lato, abbiamo un Lavrov in grande spolvero. Il ministro degli Esteri russo non perde occasione per tentare di spaccare il fronte alleato. L'accusa è chiara: Bruxelles e Londra starebbero "spingendo" gli Stati Uniti, recalcitranti, verso il "partito della guerra", sabotando la via diplomatica. È una narrativa affascinante quanto tossica, progettata per dipingere Washington come una pedina nelle mani degli "istinti pirateschi" europei (parole sue, riferite alla questione degli asset russi).

Eppure, è la stessa Russia che, mentre accusa, lascia la porta socchiusa. Lavrov si dice pronto a incontrare l'omologo Marco Rubio, minimizzando le tensioni e parlando di "necessità di comunicazione regolare". Un doppio gioco classico: minacciare ritorsioni "appropriate" sul fronte economico (gli asset congelati in Euroclear) e denunciare la "rapina" occidentale, mentre si cerca un dialogo diretto con la "nuova amministrazione" americana, bypassando gli "elementi irritanti" ereditati. Lavrov sa che il tempo gioca a suo favore.

Perché dall'altro lato, a Washington, regna il caos.

L'analisi di Axios è impietosa e svela la tragica ironia della situazione. Mentre Lavrov accusa l'Europa di trascinare gli USA in guerra, gli Stati Uniti non sono nemmeno in grado di consegnare le armi già promesse. Oltre cinque miliardi di dollari in sistemi d'arma (Himars, Aegis) diretti ad alleati NATO come Polonia e Danimarca – e da questi, presumibilmente, da girare a Kiev – sono bloccati.

Non da un veto russo. Non da una decisione strategica. Ma da uno shutdown. Quaranta giorni di paralisi amministrativa interna hanno bloccato gli uffici del Dipartimento di Stato che gestiscono le esportazioni militari.

È il trionfo dell'assurdo. La macchina bellica occidentale, il pilastro del sostegno a Kiev, non è inceppata dal nemico, ma dalla propria incapacità di approvare una legge di bilancio.

La situazione è drammatica. La Russia prosegue la sua guerra d'attrito energetico, sapendo che ogni giorno di shutdown americano è una vittoria tattica per Mosca. Lavrov può permettersi di alzare la voce sugli asset, dipingendo l'UE come un "colonizzatore" inaffidabile, perché vede l'alleato principale di Kiev impantanato nelle proprie sabbie mobili procedurali.

Ciò che emerge da questo incrocio di notizie non è solo la brutalità del conflitto energetico, ma la fragilità del sostegno occidentale. Un sostegno ostaggio di uno shutdown interno e di una diplomazia russa che, cinicamente ma efficacemente, sfrutta ogni singola crepa. Kiev è al freddo, e a Washington si spengono le luci dell'amministrazione. Difficile immaginare uno scenario peggiore.

(Stefano Donno) 




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Mediterraneo corsaro. Storie di schiavi, pirati e rinnegati in età moderna di Giovanna Fiume (Carocci)

 Il Mediterraneo tra Cinque e Ottocento è uno spazio attraversato da uomini e merci, condiviso nei commerci, conteso militarmente e contrapposto religiosamente. Lungo le sue sponde si proietta la potenza degli Stati nazionali, degli imperi spagnolo e ottomano e dei rispettivi alleati; le sue rotte sono agitate dalle loro aspirazioni di conquista politica e di egemonia economica che lo rendono teatro della guerra da corsa e, in subordine, della pirateria. La corsa ha perciò cause politiche, militari, economiche, religiose; essa produce captivi, ridotti in schiavitù e redenti da istituzioni laiche o ecclesiastiche, mercanti, mediatori, familiari. Il riscatto diventa una lucrosa attività che intreccia una fitta rete finanziaria e genera un flusso di informazioni e conoscenze condivise. Per sottrarsi alla schiavitù molti rinnegano la propria fede: conversioni sincere o opportuniste, segrete o esibite, pongono il tema della liceità della dissimulazione e della libertà di fede. Ispirato dalle storie di migrazioni odierne, il libro descrive uomini e donne in movimento capaci di elaborare strategie, costruire relazioni, riconfigurare le proprie vite sullo sfondo di un Mediterraneo che mette alla prova i loro destini.




Delitto al Raphael Bar di Piero Grima (I Quaderni del Bardo Edizioni di Stefano Donno)

 Un pomeriggio di festa al Raphael Bar, il cuore pulsante della vita leccese, si tinge di rosso sangue. Durante il rinfresco per celebrare la sua recente elezione, il giovane e controverso deputato Bettino Borsi crolla a terra, trafitto da un'unica, letale pugnalata. L'assassino? Un'ombra inafferrabile, sfrecciata via a bordo di un monopattino elettrico tra gli invitati attoniti. A districare la matassa è chiamato il commissario Santoro che, tra un caffè e un pasticciotto, unisce un infallibile istinto investigativo a un profondo amore per la sua terra. Insieme al fido ispettore Lo Palco, Santoro dovrà immergersi in un torbido sottobosco di segreti inconfessabili: dai debiti di gioco alle logge massoniche, dalle rivalità politiche alle passioni clandestine di un uomo che collezionava tanto potere quanti nemici. Chi si nasconde dietro il casco integrale? Un rivale in affari, un marito tradito o una delle tante donne sedotte e abbandonate? In una Lecce assolata e piena di ombre, ogni testimone è un sospettato e la verità ha un sapore amaro, difficile da assaporare. Piero Grima torna con un nuovo, avvincente caso per il commissario Santoro, un giallo impeccabile dove il profumo della tradizione salentina si mescola all'odore acre del delitto


Medico infettivologo e scrittore, Piero Grima unisce il rigore della diagnostica alla passione del narratore. Dalla sua penna, affilata come un bisturi, nascono mondi in cui la suspense e la ricostruzione storica si intrecciano magistralmente. Nato a Bari ma salentino d'adozione, ha conquistato il pubblico del giallo con l'avvincente saga dell'ineffabile commissario Santoro, le cui indagini si snodano tra i dedali e le atmosfere uniche di Lecce e del suo territorio. La sua profonda conoscenza scientifica lo ha portato a curare un'intera collana saggistica sulle grandi epidemie che hanno segnato la storia dell'umanità. Negli ultimi anni, la sua sete di indagine lo ha spinto a esplorare i misteri del passato, firmando romanzi storici di grande successo che svelano i segreti e gli intrighi dietro la vita di giganti come Raffaello, Cartesio e Čajkovskij. Una voce unica nel panorama letterario italiano, capace di sezionare con la stessa precisione tanto un complesso caso di omicidio quanto le grandi cospirazioni della storia

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sabato 8 novembre 2025

Summer On A Solitary Beach (Live 1988 / Remastered 2020)

La Diga della Premier: Meloni, la 'Patrimoniale-Spauracchio' e i Conti Pubblici Sospesi - ecco cosa ne penso

L'ultimo ruggito via social del Presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, ha la perentorietà di un editto: "Con la destra al Governo, [la patrimoniale] non vedrà mai la luce". Una dichiarazione, questa, che assolve a una duplice, e ormai classica, funzione della sua strategia comunicativa: rassicurare il proprio elettorato di riferimento e piantare una bandiera identitaria nel campo perennemente minato del fisco italiano.


Il casus belli, neanche a dirlo, è il riaffiorare del dibattito, o forse sarebbe meglio dire del "fantasma", di un'imposta sui grandi patrimoni, evocata da sinistra (sindacati e frange del PD) e subito trasformata dalla Premier nello "spauracchio" rosso da cui difendere l'Italia che produce.

Sia chiaro: la mossa è politicamente impeccabile. Nell'arena della propaganda, Meloni gioca d'anticipo, chiude i ranghi e offre ai suoi una narrazione semplice ed efficace: noi siamo il baluardo contro chi vuole "mettere le mani nelle tasche degli italiani". È un copione visto e rivisto, che paga sempre in termini di consenso immediato.

Ma un giornalista, e un Paese con i piedi per terra, non può fermarsi al tweet. Deve guardare oltre la trincea ideologica e chiedersi: a quale prezzo arriva questa "rassicurazione"?

Il punto critico non è tanto la legittima posizione liberista di un governo di destra, quanto l'assordante silenzio che accompagna questo "No". Mentre la Premier erige un muro contro un'ipotesi fiscale che (con l'attuale maggioranza) non ha comunque alcuna possibilità di concretizzarsi, i problemi strutturali del Paese restano lì, enormi e insoluti.

Dove troverà il Governo le risorse per finanziare una sanità pubblica che scricchiola, per rinnovare i contratti pubblici mangiati dall'inflazione, per sostenere una natalità in caduta libera o per avviare quella titanica opera di riduzione del debito pubblico che Bruxelles ci chiederà, prima o poi, di onorare?

La verità, scomoda ma necessaria, è che il "No" alla patrimoniale è una risposta facile. Ciò che manca, e che un leader di governo dovrebbe fornire, è la "proposta" complessa. Manca una visione organica su come redistribuire il carico fiscale, oggi palesemente sbilanciato sul lavoro dipendente e sulle imprese oneste, e su come scovare l'evasione monstre che sottrae ossigeno allo Stato.

La "patrimoniale", in Italia, è un tabù tossico. Evocarla (da sinistra) scatena il panico; demonizzarla (da destra) garantisce applausi. In mezzo, scompare ogni possibilità di un dibattito serio, laico e pragmatico su come far funzionare la leva fiscale in modo equo e non punitivo. Si può essere contrari alla patrimoniale e, al contempo, disegnare un sistema dove chi ha di più contribuisce di più, senza per questo affossare il risparmio o l'investimento? Certamente sì.

Ma la politica degli slogan non ama le sfumature. E così, mentre la Premier ci "rassicura" che lo spauracchio è stato rinchiuso nell'armadio, la montagna del debito continua a crescere e le disuguaglianze a scavare solchi. Il proclama di Giorgia Meloni non è una soluzione economica, è un'operazione di posizionamento politico. Utile per il prossimo sondaggio, molto meno per il futuro del bilancio dello Stato. (Stefano Donno)







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Intelligenza artificiale e la possibile prevenzione del femminicidio: una nuova frontiera di ricerca - Intervento di Antonio Russo e Stefano Donno

  L’intelligenza artificiale sta aprendo scenari nuovi anche nel contrasto alla violenza di genere, allo stalking e al femminicidio. Non si ...