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Policy - Benvenuti su "To Be STEFANO DONNO": Una Vetrina per le Eccellenze Italiane e Internazionali

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lunedì 20 ottobre 2025

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domenica 19 ottobre 2025

Il Grande Scambio: Trump e Putin al tavolo del Rischio Totale. L'Ucraina? Un dettaglio sul conto - ecco cosa ne penso

Il fumo del (presunto) negoziato puzza di vecchio. Puzza di Yalta, di patti cinici siglati col sigaro in bocca sulla pelle dei popoli. La notizia, sganciata dal Washington Post e rimbalzata ovunque, non è una "proposta di pace". È un'offerta d'acquisto.

Vladimir Putin, da abile e spregiudicato giocatore di scacchi quale si è sempre dimostrato, avrebbe messo sul tavolo la sua condizione per "chiudere la guerra": l'Ucraina deve cedere il Donetsk. Non ritirarsi, non negoziare uno status speciale. Cedere. Regalare un pezzo di sé per ottenere la clemenza del vincitore.

E a chi viene fatta questa proposta? Non a Zelensky, non all'Europa (quale, poi?). Viene fatta a Donald Trump.

Qui il quadro si fa grottesco e tragico. La presidenza Trump ci ha abituati a una politica estera che somiglia più a una transazione immobiliare che alla diplomazia. "The Donald", l'uomo dell'"America First", ha già gelato Kyiv mostrando i muscoli non contro il nemico, ma contro l'alleato: "I Tomahawk servono a noi americani", avrebbe sibilato a un Zelensky sempre più solo.

Siamo di fronte al capolavoro della "realpolitik" trumpiana: una guerra fastidiosa, costosa, che disturba gli affari. E come si chiude un affare fastidioso? Si paga e si esce. Peccato che qui a pagare non siano gli Stati Uniti, ma l'Ucraina. In moneta sonante: la sua stessa sovranità, il suo territorio.

La risposta di Zelensky – "Non daremo ricompense ai terroristi" – è l'unica possibile. È orgoglio, è disperazione, è l'urlo di chi si vede svendere al mercato delle Grandi Potenze. Ma la sua voce, un tempo icona di resistenza mondiale, oggi rischia di perdersi nel vuoto assordante del nuovo pragmatismo.

Mentre Mosca avanza sul campo (l'ultima conquista, Pleshcheyevka, è di poche ore fa), a Washington si tirano i remi in barca. La logica di Trump è semplice: questa guerra finirà "prima", perché così ha deciso lui. E se per finirla serve che un Paese sovrano venga smembrato, che importa? È il prezzo del "deal".

Ci stanno vendendo una pace sporca, barattata con i principi fondamentali del diritto internazionale. Stanno apparecchiando un tavolo a Budapest, o chissà dove, per un incontro Putin-Trump che sa già di spartizione.

Questa non è la fine della guerra. È solo l'inizio di un mondo molto più pericoloso, dove la forza non solo ha la meglio sul diritto, ma ne detta anche le condizioni di resa. L'Ucraina è solo il primo, tragico "costo collaterale" sull'altare del nuovo disordine mondiale. (Stefano Donno)




Cacciatori di tenebre. I casi di un detective dell'occulto di Ben Machell (Iperborea)

Questo libro non è tratto da una storia vera. Questo libro racconta solo storie vere. Un uomo aggredito da un invisibile mastino nero che lo sorprende nel salotto di casa e gli lascia profondi tagli. Una coppia che parla con il fantasma del figlio, morto in giovane età. Una presenza malvagia che terrorizza una famiglia. Un maniero elisabettiano abitato da spiriti dispettosi. Un’anonima casa di Enfield con inquietanti apparizioni. Sono i casi che ha affrontato Tony Cornell, novecentesco Sherlock Holmes dell’occulto, che con ferrea razionalità ha assistito a fenomeni poltergeist, dormito in case infestate, partecipato a sedute spiritiche. Un uomo dalla doppia vita: da un lato rispettato borghese, consigliere comunale a Cambridge; dall’altro spia per l’MI6 in Unione Sovietica ed ex militare di stanza nel Golfo del Bengala. E soprattutto, folgorato dai poteri di un eremita indiano, meticoloso indagatore del soprannaturale. Esistono davvero fenomeni che la nostra scienza non riesce ancora a spiegare? E se così fosse, come renderne conto? Sono le domande che hanno spinto Cornell, e come lui diversi premi Nobel, a unirsi alla SPR: la società per la ricerca psichica fondata in epoca vittoriana, quando l’umanità cercava alternative trascendenti al gelo del progresso tecnologico. Ma oggi che la scienza sembra avere vinto sulla spiritualità, c’è ancora spazio per i fantasmi e chi indaga su questi fenomeni? Dopo aver rovistato tra scatoloni di corrispondenza e riscoperto inquietanti registrazioni e strani resoconti di indagine, Ben Machell parla del nostro rapporto con l’ignoto e le sue manifestazioni, attraverso la vita tanto romanzesca quanto reale di un uomo che è riuscito (quasi sempre) a spiegarle





Il Mio Teatro di Poesia di Giuseppe Puppo (I Quaderni del Bardo Edizioni di Stefano Donno)

Non una semplice raccolta di testi, o di aneddoti e commenti ad essi relativi: è una vera e propria chiamata alle armi per un teatro di “denuncia, verità e piacere di trasgredire”. Opere pronte a essere messe in scena, gratuitamente, da chi abbia ancora qualcosa da dire, e, nella magia del teatroche rende pure gli spettatori protagonisti, da voler condividere.

Dimenticate il teatro come intrattenimento borghese, come esercizio di stile, o polverosa messa in scena. C’è un uomo che, dopo essere andato a caccia della verità tra le pagine della cronaca e nelle inchieste più scomode, ha deciso di trascinarla sul palcoscenico con una forza inedita.

Quest’uomo è Giuseppe Puppo, 67 anni, giornalista e scrittore salentino, e la sua nuova opera, “Il mio Teatro di Poesia” (I Quaderni del Bardo Edizioni), è molto più di un libro: è una dichiarazione di guerra alla finzione.

“Il Teatro non deve essere finzione, né arte, né tecnica… Il Teatro deve essere sentimento, emozione, e su tutto, piacere di trasgredire le norme stabilite…”

Questa non è solo una citazione estratta dal libro: è la filosofia che anima ogni singola pagina. Puppo, da quindici anni direttore del quotidiano on line leccecronaca.it e prima,   per trent’anni, giornalista di cronaca, attualità e cultura a Torino, ritorna alle sue radici leccesi della gioventù, per lanciare una sfida che scuote le fondamenta della cultura locale e nazionale.

Non Leggere Soltanto, Metti in Scena la Rivoluzione

“Il mio Teatro di Poesia” non è pensato per restare su uno scaffale. È una cassetta degli attrezzi per la guerriglia culturale. Contiene testi potenti, attuali, pronti a diventare materia viva sul palco: da “Voglio Combattere Ancora”, un grido di resistenza che risuona quanto mai necessario, a “La Dea Trans”, un’opera che affronta con coraggio un tema di bruciante attualità; da un audace “Superstar il Musical”, al fondamentale “Come va? Non c’è Bene, grazie!”, fino all’ultimo “Sono abbastanza grande adesso per diventarti amico” e all’ancora mai rappresentato “La bomba”.

La vera scintilla virale? Le compagnie teatrali, i collettivi, gli artisti che possono mettere in scena questi testi gratuitamente. Puppo non vende un prodotto, ma condivide un’arma. Basta una richiesta e se la visione è in linea con lo spirito dell’opera, il palco è vostro. È un invito aperto a trasformare il teatro in un atto politico, un’assemblea pubblica, un rito collettivo.

Perché Questo Libro Ora? Perché Ne Abbiamo un Disperato Bisogno.

In un’epoca di verità filtrate, di emozioni artificiali e di dibattiti polarizzati, la proposta di Puppo è un elettroshock. È un ritorno all’essenza del teatro come specchio della società, ma uno specchio che non riflette passivamente: giudica, accusa, sogna. Le sue opere parlano di dignità sociale, di diritti, della sacralità della natura, del futuro che stiamo rubando alle nuove generazioni.

Un autore che ha capito, dopo aver descritto la realtà con i fatti, che per inciderla davvero, per scuoterla, il racconto non basta: serve il corpo, la voce, il sudore, serve la poesia che si fa carne e sangue.

“Il mio Teatro di Poesia” è un pugno nello stomaco e una carezza all’anima ribelle che c’è in ognuno di noi. È il libro perfetto per chi pensa che l’arte non debba consolare, ma disturbare. E, forse, salvare.

Il volume, che gode della prefazione di Antonio Leo, è disponibile da oggi per l’acquisto sul sito della casa editrice o su Amazon, pubblicato dalla casa editrice salentina I Quaderni del Bardo Edizioni di Stefano Donno.

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sabato 18 ottobre 2025

Casa Keaton, Quando una Sitcom Lancia un Mito

L'utopia dei Tomahawk: il WSJ sogna l'escalation, Zelensky resta con i piedi per terra - ecco cosa ne penso

L'appello del Wall Street Journal all'amministrazione Trump non è un semplice consiglio di politica estera; è una cannonata editoriale sparata direttamente contro le mura della Casa Bianca. "Date i missili Tomahawk a Kiev", tuona l'influente quotidiano, rompendo l'ennesimo tabù nel dibattito sul sostegno militare all'Ucraina.

È una richiesta che, se accolta, segnerebbe il superamento di un Rubicone strategico. I Tomahawk non sono armi difensive; sono missili da crociera offensivi, con una gittata capace di colpire in profondità il territorio russo, ben oltre la linea del fronte.

L'analisi del WSJ è, nella sua brutalità, lineare: la Russia li teme, l'Ucraina ne ha bisogno per ribaltare le sorti di un conflitto impantanato, l'America li possiede. Sulla carta, l'equazione sembra funzionare. Ma la geopolitica, purtroppo per gli editorialisti da salotto, non è un esercizio di logica, è un brutale esercizio di realpolitik.

Ed è qui che emerge, quasi tragica, la figura di Volodymyr Zelensky. Il presidente ucraino, citato nel dispaccio, non nega l'efficacia dell'arma ("la Russia li teme"), ma chiude la porta a sogni troppo ambiziosi con una frase che vale più di mille analisi strategiche: "ma sono realista".

Cosa significa questo realismo? Significa che Zelensky, molto meglio del WSJ, ha compreso la natura dell'attuale amministrazione americana. Sa che Donald Trump è un "dealmaker" riluttante, ossessionato più dall'evitare la Terza Guerra Mondiale (o almeno, dall'evitare di pagarne il conto) che dal garantire una vittoria totale a Kiev.

L'uscita del Wall Street Journal, quindi, va letta più come una manovra di pressione interna all'establishment repubblicano – un tentativo di mettere Trump con le spalle al muro e forzarlo a scegliere tra la sua retorica da falco e la sua istintiva prudenza isolazionista – piuttosto che come una reale anticipazione strategica.

Il giornale gioca a fare il guerriero da tastiera, spingendo per un'escalation di cui non pagherebbe il prezzo. I Tomahawk sono l'arma definitiva per chi crede che questa guerra si possa vincere solo militarmente, senza curarsi delle linee rosse di un Cremlino sempre più imprevedibile.

Ma Zelensky non può permettersi questo lusso. Il suo "realismo" è quello di un leader che sa di non poter contare su assegni in bianco. Ha capito che, mentre Washington dibatte su armi quasi fantascientifiche per il suo esercito, il vero campo di battaglia, per lui, è politico: mantenere coeso un Occidente stanco e un'America distratta.

Mentre il WSJ invoca i Tomahawk, Kiev teme l'arrivo dell'inverno e la scarsità di munizioni d'artiglieria. C'è un abisso tra la guerra combattuta nelle redazioni di New York e quella vissuta nelle trincee vicino a Kharkiv. L'editoriale del WSJ è rumoroso, ma è il sobrio realismo di Zelensky che ci racconta la verità sul futuro di questo conflitto. (Stefano Donno)




Io sono Jack di Susanne Gervay (PensaMultimedia)

 La vita è bella per Jack; è un bravo fotografo, vince a pallamano e il tempo trascorso a casa con la sua famiglia non è mai noioso. Ma quando il grosso George Hamel inizia a chiamare Jack “Testa di Cavolo”, la scuola diventa un po’ meno bella. E quando tutti cominciano a chiamarlo “Testa di Cavolo”, diventa decisamente pericolosa. Questa storia molto profonda di Susanne Gervay fa luce sulla natura contagiosa e distruttiva del bullismo scolastico e sulla potenza dell’umorismo, dell’amore e della comunità per combatterlo




BONITO (Avellino) - il Murale piu' Bello del Mondo - IL PAESE dei MURALES - "Genesi" di F.Bosoletti

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venerdì 17 ottobre 2025

La breve favolosa vita di Oscar Wao di Junot Díaz (Mondadori)

Già dal titolo si capisce che questo romanzo non avrà un lieto fine classico. Ma non importa. Perché la vita di Oscar – ribattezzato Wao da un amico che storpia il nome di Wilde – è davvero favolosa. Da favola letteraria, magica e realistica al tempo stesso.

«Un romanzo straordinario, vibrante, una prosa adrenalinica... Una delle voci più originali, irresistibili della narrativa contemporanea» – The New York Times

La sua nerdità adolescenziale vaporizzava ogni straccio di possibilità di incontrare l'amore. Tutti gli altri sperimentavano il terrore e la gioia delle prime cotte, dei primi appuntamenti, dei primi baci, mentre Oscar sedeva in fondo all'aula, dietro lo schermo del Dungeon Master, e guardava passare la sua adolescenza.

Oscar è un ghetto-nerd dominicano obeso e goffo, ossessionato dalle ragazze – che naturalmente lo ignorano –, dai giochi di ruolo e dai romanzi di fantascienza e fantasy. Prima che lui nascesse, sua madre, la formidabile Belicia Cabral, ha lasciato la Repubblica Dominicana per rifugiarsi nel New Jersey, dove Oscar vive sognando di diventare il nuovo Tolkiene, più di ogni altra cosa, di trovare l'amore. Per riuscirci, il nostro eroe deve sfidare il micidiale fukú, l'antica maledizione che da generazioni perseguita i membri della sua famiglia, condannandoli al carcere, alla tortura, a tragici incidenti e soprattutto alla sfortuna in amore. La prosa vivida e giocosa di Junot Díaz, che incarna la molteplicità di luoghi, culture e linguaggi che sta alla base del romanzo, ci trasporta dalle periferie americane contemporanee al sanguinario e insieme mitico regno del dittatore dominicano Rafael Leónidas Trujillo, mentre la storia del mite e sventurato giovane si intreccia a quella della sua gente e della sua terra, che finiranno per plasmarne il destino.

COME COMINCIA
Dicono che sia venuto dall'Africa, racchiuso nelle grida degli schiavi; che fosse l'anatema finale degli indiani Taino, pronunciato mentre un mondo moriva e un altro nasceva; o che fosse un demone, penetrato nella Creazione attraverso la porta dell'incubo dischiusa alle Antille. Fukú americanus, o più colloquialmente fukú: usato in genere per indicare qualche tipo di maledizione o sventura, e in particolare la Maledizione e la Sventura del Nuovo Mondo. Chiamato anche il fukú dell'Ammiraglio, perché l'Ammiraglio fu al contempo la sua principale levatrice e una fra le sue vittime europee più importanti; malgrado avesse "scoperto" il Nuovo Mondo, l'Ammiraglio morì povero e sifilitico, ossessionato da (dique) voci divine. A Santo Domingo, la Terra che Amava di Più (quella che Oscar, verso la fine, avrebbe chiamato la Ground Zero del Nuovo Mondo), il nome stesso dell'Ammiraglio è diventato sinonimo di entrambi i tipi di fukú, piccolo e grande; pronunciare quel nome ad alta voce, o anche solo sentirlo pronunciare, significa attirare la sventura su di sé e sui propri cari.
Comunque, al di là del nome e della provenienza, l'arrivo degli europei a Hispaniola fu l'evento che scatenò il fukú nel mondo, e da quel giorno siamo tutti nella merda. Santo Domingo potrà anche essere il Chilometro Zero del fukú, il suo porto d'ingresso, ma siamo tutti suoi discendenti, anche quelli che non sanno di esserlo




Il "Gamble" di Zelensky a Washington: i Tomahawk come arma a doppio taglio - ecco cosa ne penso

In una Washington sempre più epicentro di un complesso gioco di specchi geopolitico, la visita di Volodymyr Zelensky assume i contorni di un'audace, quasi disperata, scommessa. Sul tavolo dello Studio Ovale, di fronte a un Donald Trump imprevedibile e ondivago, il presidente ucraino non ha messo semplici richieste di aiuti, ma un vero e proprio game-changer: la fornitura di missili da crociera Tomahawk. Un'arma capace non solo di alterare gli equilibri sul campo di battaglia, ma di riscrivere le regole d'ingaggio dell'intero conflitto, con rischi di escalation che la diplomazia mondiale osserva con il fiato sospeso.

La richiesta di Zelensky è strategicamente comprensibile. Dopo anni di conflitto logorante, con una linea del fronte che si muove a fatica e con costi umani ed economici insostenibili, l'Ucraina cerca un vantaggio qualitativo. I Tomahawk, con la loro gittata in grado di colpire in profondità il territorio russo, rappresenterebbero una minaccia diretta ai centri di comando, alle linee di rifornimento e alle infrastrutture critiche del Cremlino. Non si tratta più solo di difendersi, ma di portare la guerra "a casa" dell'aggressore, alzando il costo del conflitto per Mosca a un livello potenzialmente intollerabile. È la logica della deterrenza offensiva, un tentativo di forzare la Russia a un negoziato da una posizione di forza.

Tuttavia, è proprio qui che l'azzardo si manifesta in tutta la sua pericolosità. La reazione di Donald Trump, che frena pubblicamente ("Servono anche a noi, non possiamo esaurire le scorte") dopo un colloquio telefonico con Vladimir Putin, è un capolavoro di ambiguità tattica. Da un lato, il tycoon usa la richiesta ucraina come leva negoziale nei confronti del Cremlino, agitando lo spettro di una fornitura missilistica per spingere Putin a più miti consigli e, forse, al vertice di pace che il fedele alleato Viktor Orbán si affretta a organizzare. Dall'altro, rivela la profonda riluttanza di una parte dell'establishment americano a un coinvolgimento così diretto che potrebbe trascinare la NATO in un confronto aperto con la Russia.

La critica fondamentale a questa mossa non risiede tanto nell'obiettivo, quanto nel metodo e nelle sue imprevedibili conseguenze. Fornire armi a così lungo raggio significa superare una linea rossa che le cancellerie occidentali, pur sostenendo Kiev, hanno finora evitato di calpestare. La reazione del Cremlino non sarebbe solo verbale. Un attacco con missili di fabbricazione americana su suolo russo potrebbe essere interpretato come un atto di guerra diretto da parte degli Stati Uniti, innescando una spirale di ritorsioni dagli esiti catastrofici.

In questo scenario, Zelensky si muove su un filo sottilissimo. La sua visita a Washington è un disperato tentativo di mantenere alta l'attenzione e il supporto americano, ma rischia di trasformarsi in un boomerang. Se Trump dovesse negare i Tomahawk, l'immagine di un'Ucraina lasciata parzialmente sola si rafforzerebbe, offrendo un vantaggio psicologico a Putin. Se, al contrario, dovesse concederli, il mondo si troverebbe sull'orlo di un'escalation che nessuno è realmente in grado di controllare. La partita a scacchi di Washington è più complessa che mai, e la prossima mossa potrebbe non lasciare spazio a ripensamenti. (Stefano Donno)




Incontro con la scrittrice Liala - 1974