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Policy - Benvenuti su "To Be STEFANO DONNO": Una Vetrina per le Eccellenze Italiane e Internazionali
giovedì 23 ottobre 2025
Il Paradosso Meloni: Governare l'Italia Attaccando l'Europa. Il Manuale Trump sbarca a Bruxelles. - ecco cosa ne penso
C'è un'arte sottile nel populismo moderno, un manuale non scritto che Donald Trump ha trasformato in vangelo politico: candidarsi contro il sistema, governare contro il sistema, e non smettere mai di attaccare il sistema, anche quando quel sistema sei tu. L'analisi che emerge dal dibattito attuale, e che paragona la strategia europea di Giorgia Meloni alla "America anti-americana" di Trump, non è solo una provocazione intellettuale. È la diagnosi esatta della più grande contraddizione del potere sovranista.
La tesi è affilata: Meloni non vuole un'Italexit. Quella è roba vecchia, un'opzione rozza, da prima della classe. La strategia odierna, molto più sofisticata, è costruire un'"Europa anti-europea".
Non si tratta più di abbattere il palazzo, ma di occuparne i piani alti per lamentarsi delle fondamenta.
Il parallelismo con Trump è perfetto. L'ex (e forse futuro) presidente USA ha costruito una carriera politica convincendo l'America profonda che il nemico fosse Washington D.C., il "deep state", le élite federali. Lo ha fatto dal Bureau Ovale. Ha delegittimato l'FBI, la CIA, il Dipartimento di Giustizia, ovvero l'architrave stessa del governo che presiedeva. Ha creato un'America ostile alla propria stessa struttura di potere.
Giorgia Meloni sta applicando lo stesso copione, con le dovute traduzioni. Il suo nemico non è (più) l'Euro in sé, ma la "burocrazia di Bruxelles", i "tecnocrati senz'anima", i "poteri forti" che minacciano la nostra identità. E lo fa dal pulpito di Palazzo Chigi, lo stesso pulpito da cui annuncia i successi nell'ottenimento dei fondi del PNRR, fondi che sono l'Europa.
Questa è la grande illusione del "sovranismo 2.0". Si partecipa ai vertici, si stringono mani, si negoziano accordi, e un minuto dopo si torna in patria per denunciare quegli stessi vertici come un covo di nemici. È una strategia politicamente geniale per il consenso interno: ogni successo è merito del governo nazionale, ogni fallimento – dall'inflazione alla crisi migratoria – è colpa dell'Europa.
Ma qui sta il punto critico, l'inganno che un giornalismo serio ha il dovere di smascherare. L'America di Trump, per quanto divisa, resta un'unica nazione sovrana. L'Unione Europea, invece, è un patto volontario tra ventisette Stati. Giocare a fare Trump a Bruxelles ha conseguenze infinitamente più pericolose.
Quando si attacca il "sistema americano" dall'interno, si logora la fiducia nelle istituzioni nazionali. Quando si attacca il "sistema Europa" dall'interno, si logora l'unica vera rete di sicurezza economica e geopolitica che l'Italia possiede. Non si può chiedere solidarietà allo spread alla BCE e contemporaneamente dipingere Francoforte come un avversario. Non si può implorare una soluzione comune sui migranti e definire l'UE un'entità ostile.
La strategia dell'"Europa anti-europea" è un gioco di prestigio retorico. È un tentativo di avere i benefici della stabilità comunitaria (i soldi, il mercato unico, lo scudo politico) senza pagarne il prezzo in termini di cessione di sovranità, o quantomeno di lealtà.
È una performance per la platea nazionale, ma il rischio è che, a forza di recitare, il teatro crolli davvero. E sotto le macerie, a differenza dell'autosufficiente America, l'Italia si ritroverebbe tragicamente sola. (Stefano Donno)
L'albero della libertà di William Wall (Aboca Edizioni)
mercoledì 22 ottobre 2025
L'asilo di Kharkiv: l'innocenza nel mirino. Questo non è un incidente, è un messaggio - ecco cosa ne penso
Non chiamatelo "danno collaterale". Non osate archiviarlo come un tragico, inevitabile errore nel caos della battaglia. Il drone russo che ha colpito un asilo a Kharkiv, in pieno giorno, è l'ultima, agghiacciante firma di una strategia che ha superato da tempo i confini del conflitto convenzionale per abbracciare il terrore puro.
Quando il presidente Zelensky parla di "uno sputo in faccia alla pace", coglie solo una frazione della verità. Quello a cui abbiamo assistito non è solo un attacco alla flebile speranza di negoziati; è un attacco deliberato alla normalità, alla resilienza e al futuro stesso dell'Ucraina.
Analizziamo i fatti con la freddezza che la politica internazionale richiede. Un asilo non è un obiettivo militare. Non ospita batterie di missili, non è un centro di comando. È, per definizione, un santuario di innocenza. Colpirlo in pieno giorno non massimizza il danno strategico-militare; massimizza il terrore psicologico.
Il Cremlino, con questa azione (l'ultima di una lunga serie), sta inviando un messaggio multiplo, e nessuno di questi è rivolto ai soldati al fronte.
Il primo messaggio è per la popolazione di Kharkiv: "Nessun luogo è sicuro. Non i vostri ospedali, non le vostre case, nemmeno le culle dei vostri figli. Arrendetevi, perché la vostra resistenza quotidiana vi costerà ciò che avete di più caro". È la logica della mafia applicata alla geopolitica.
Il secondo messaggio è per l'Occidente. In un momento in cui i dibattiti politici a Washington, Bruxelles e nelle capitali europee si concentrano sulla sostenibilità degli aiuti, sull'aumento dei costi e sulla "stanchezza da guerra", Mosca alza la posta della brutalità. Sta testando i nostri limiti morali. Sta scommettendo sul fatto che la nostra indignazione sarà temporanea, che un comunicato stampa di condanna della Casa Bianca o della Commissione UE sarà seguito dall'inazione.
Il drone su Kharkiv è la dimostrazione plastica che ogni appello alla "moderazione" russa, ogni ingenua speranza di un "cessate il fuoco" basato sulla buona volontà, è fumo negli occhi. Non si può negoziare la pace con chi usa i bambini come leva militare. Qualsiasi trattativa che inizi senza il presupposto del ritiro totale e della responsabilità per questi atti non è diplomazia, è un invito alla prossima atrocità.
L'attacco all'asilo di Kharkiv non è un dettaglio della cronaca di guerra. È il riassunto della guerra stessa. È la disumanizzazione dell'avversario portata al suo estremo logico.
Se la risposta internazionale si limiterà al solito, stanco copione di condanne formali, se non accelereremo il supporto necessario a Kiev per difendere i propri cieli, allora quello "sputo in faccia" descritto da Zelensky non sarà rivolto solo alla pace. Sarà rivolto anche a noi, alla nostra apatia e alla nostra paralisi strategica. L'orrore di oggi è il prezzo della nostra indecisione di ieri
Cromatismi di Paulo Scott (Tulemond)
Dove si stabilisce il confine tra una sfumatura di colore e quella immediatamente successiva? E se la differenza intercorre tra i colori della pelle di due fratelli? Federico vive a Brasilia. Ha preso parte a una commissione governativa, nata per discutere l’ideazione di un software capace di stabilire, attraverso biometrie facciali degli studenti, chi è ‘abbastanza nero’ da meritare uno dei posti riservati nelle Università. Durante i lavori, un’improvvisa richiesta d’aiuto da parte del fratello Lourenço lo riporta nella sua città natale, Porto Alegre. Seguendo le loro storie, Paulo Scott intreccia le tematiche dell’autoidentificazione etnica, dell’ingiustizia sociale e del razzismo strutturale in Brasile. Paulo Scott è nato nel 1966 a Porto Alegre: prima di dedicarsi alla scrittura è stato avvocato e docente di Diritto. Scrittore, sceneggiatore e giornalista, ha pubblicato opere di narrativa, poesia e una graphic novel
martedì 21 ottobre 2025
L'Inverno di Kiev: L'Ucraina Sull'Altare del Realismo Americano - ecco cosa ne penso
Mentre il mondo guarda con il fiato sospeso alla fragile tregua in Medio Oriente, un altro gelo, ben più strategico, sta calando sull'Europa orientale. La notizia della sospensione del vertice tra il Segretario di Stato Rubio e il Ministro degli Esteri russo Lavrov non è un semplice intoppo diplomatico; è il sintomo di un riallineamento tettonico. A Washington, la diplomazia ha smesso i panni del sostegno incondizionato per indossare quelli, ben più ruvidi, del "dealmaker".
La guerra in Ucraina, per l'amministrazione Trump, non è più una crociata per la democrazia, ma un fastidioso dossier da chiudere. E in fretta.
Il messaggio inviato dal Presidente Trump a Zelensky è di una chiarezza brutale: "Cedi a Putin o sarete distrutti". Non si tratta di negoziati, ma di un ultimatum. L'idea, un tempo eretica, di "dividere il Donbass" viene ora sdoganata dalla Casa Bianca come una soluzione "possibile", accompagnata dalla cinica valutazione che per Kiev sia "difficile vincere".
Questo non è più Realpolitik; è un abbandono in mondovisione. Mentre il vicepresidente Vance è a Tel Aviv per gestire la crisi a Gaza — che offre a Washington la scusa perfetta per distogliere lo sguardo — all'Ucraina viene presentato il conto. Un conto scritto da Mosca e vistato da Washington.
E l'Europa? L'Unione Europea, come un pugile suonato, tenta di "fare quadrato". Si parla di utilizzare gli asset russi congelati, si promette un ennesimo "stop al gas". Parole nobili che si scontrano con la realtà dei fatti: il tredicesimo pacchetto di aiuti militari è bloccato, impantanato nei veti e nelle titubanze. Anche in Italia, la linea del governo Meloni appare sempre più "lontana da Kiev", come notano gli osservatori più attenti, con un occhio a Washington e l'altro alle proprie turbolenze interne. L'Europa, senza la guida militare americana, si scopre nuda, incapace di sostenere lo sforzo bellico da sola.
Chi osserva e gongola è, ovviamente, il Cremlino. La dichiarazione di Sergey Lavrov, "siamo contrari a un cessate il fuoco immediato", non è un atto di belligeranza, ma un calcolo strategico. Perché mai Putin dovrebbe negoziare ora? Con un'amministrazione americana che sta attivamente smantellando il sostegno al suo avversario e un'Europa divisa e lenta, a Mosca basta attendere. Il tempo lavora per loro.
Le parole di Zelensky, che pure tenta di rassicurare parlando di una "guerra che può finire davvero", suonano ormai disperate. Il suo appello a "passi decisivi degli alleati" è destinato a cadere nel vuoto.
Ciò a cui stiamo assistendo non è la costruzione della pace, ma l'architettura di una resa imposta. L'Ucraina, dopo aver combattuto con un coraggio che ha ispirato il mondo, sta per essere sacrificata sull'altare di un nuovo "realismo" americano, che preferisce una pace ingiusta oggi a una giusta (ma costosa) vittoria domani. L'inverno, per Kiev, sta arrivando. E questa volta non è solo una questione meteorologica. (Stefano Donno)
I collezionisti. La prima indagine di Gaia Innocenti di Paolo Regina (Neri Pozza)
Fra Trani e l'Irlanda, fiere antiquarie e cosche calabresi, misteriose sparizioni e auto in fiamme, la prima indagine della vicequestore Gaia Innocenti.
Una volta qualcuno le aveva parlato del kintsugi, una tecnica giapponese per riparare il vasellame rotto. Consisteva nell’unire i frammenti saldandoli con una pasta d’oro, così da trasformare un oggetto ormai privo di valore in un pezzo unico, reso pregiato proprio dalle sue cicatrici. Ripensandoci, aveva amaramente constatato che i suoi cocci non erano stati saldati con l’oro, ma con il sangue.
Il vento di un inverno tardivo sferza l’Adriatico e la città di Trani che dorme, inconsapevole che dentro il padiglione 6 della fiera Antiquitates un uomo è morto, strozzato a mani nude. Eppure niente sembra mancare dallo stand di James Hackett, piccolo antiquario inglese giunto in Italia, come ogni anno, per vendere il suo bric-à-brac. Se l’assassino non desiderava niente, forse allora è una vita, quella di Hackett, che voleva aggiungere alla sua collezione. La vicequestore Gaia Innocenti, tuttavia, è perplessa. Da poco più di un anno trasferita in Puglia dalla Romagna, sua terra natale, si è lasciata alle spalle una brutta storia, una macchia nel suo stato di servizio, e nient’altro che valga la pena ricordare. A parte forse che sono sempre le passioni inconfessabili a muovere l’uomo. Ci vuole poco alla Innocenti e alla sua squadra per scoprire che lo stesso Hackett si è reso colpevole di qualcosa di terribile, un peccato portato con orgoglio che solo la morte può lavare. Del resto, il fu James Hackett non è l’unico a nascondere un segreto. Uscita dal commissariato, ogni sera la vicequestore Innocenti diventa Tania Neri, volontaria di Articolo 2, associazione che si occupa di sfamare e accogliere i senzatetto della regione. Eppure, qualsiasi identità Gaia assuma, un’ombra segue ogni suo passo. Un’ombra che chiama sangue e furore, decisa a non rimanere confinata nel passato
lunedì 20 ottobre 2025
La Manovra 2026: L'Aritmetica dell'Opportunità e l'Assenza della Visione - ecco cosa ne penso
L'Esecutivo presenta la sua Legge di Bilancio 2026, definendola "seria, equilibrata e responsabile". È il mantra d'obbligo per ogni governo che si presenta davanti al Paese e, soprattutto, a Bruxelles. Ma oltre l'autocompiacimento della conferenza stampa, la manovra da circa 18-19 miliardi di euro che si delinea assomiglia più a un'abile partita a Tetris che a una strategia di crescita a lungo termine.
Siamo di fronte a un esercizio di pragmatismo spinto, dove la necessità di "fare cassa" e distribuire "mance" elettorali prevale su qualsiasi ambizione di riforma strutturale.
Il piatto forte, mediaticamente parlando, è la riduzione dell'IRPEF per il ceto medio, con il taglio della seconda aliquota dal 35% al 33%. Misura sacrosanta per alleggerire una pressione fiscale insostenibile? Forse. Ma è anche una misura finanziata non da una crescita economica robusta o da una spending review coraggiosa, bensì, ancora una volta, da entrate una tantum.
Ed eccoci al punto dolente: le coperture. Per finanziare il taglio fiscale, si ricorre alla solita "pace fiscale", questa volta ribattezzata "rottamazione-quinquies". Non chiamatelo condono, per carità, ma la sostanza quella è: si chiede a chi non ha pagato di saldare (in parte), garantendo entrate immediate. È una politica che disincentiva i contribuenti onesti e conferma una verità amara: questo Governo, come i precedenti, preferisce un incasso facile oggi a una riforma fiscale equa domani.
Certo, ci sono interventi necessari. L'iniezione di fondi (oltre 6-7 miliardi) nella Sanità è vitale. Dopo la pandemia e con file d'attesa infinite, assumere medici e infermieri e adeguare gli stipendi non è un lusso, è manutenzione straordinaria. Ma anche qui, non confondiamo il rattoppo di un sistema al collasso con un investimento strategico sulla sanità del futuro.
L'altro grande capitolo, le pensioni, vede un timido adeguamento all'aspettativa di vita (dal 2027), ma senza toccare i nervi scoperti.
Ciò che manca, in questa manovra "responsabile", è la parola "crescita". Le misure per le imprese appaiono timide, gli investimenti sul PNRR procedono con affanno e non si vede traccia di quella visione industriale che dovrebbe traghettare l'Italia fuori dalla stagnazione.
Questa Legge di Bilancio 2026 è lo specchio di un'Italia che "tira a campare". Un'aritmetica politica impeccabile per navigare a vista, che placa il ceto medio e tappa le falle della sanità, ma che rimanda, ancora una volta, l'appuntamento con il futuro. È una manovra di gestione, non di governo. (Stefano Donno)
Finché non muori di Roberto Frazzetta (Bertoni)
In un’Italia segnata dalla pandemia e dai fantasmi del passato, Riccardo Masi, ex capitano del ROS, cerca di ricostruire la propria esistenza in un capanno isolato nel bosco del Sasseto, lontano dai ricordi dolorosi della sua amata Tania. Ma la quiete è interrotta dall’arrivo del Biondo, un ex collega che lo coinvolge in un’operazione contro una tratta di schiavi minorenni. Nel frattempo, Giorgio De Pretis, ufficiale della CIA, si muove tra inganni e segreti in un caso di rapimento che coinvolge un banchiere legato alla malavita. La sua vita apparentemente perfetta nasconde un confine labile tra giustizia e corruzione. Aisha, una giovane nigeriana in fuga dalla tratta degli schiavi, lotta per la libertà insieme al piccolo Olu e con l’aiuto di Bruno, un dottore italiano. Il loro viaggio disperato verso l’Europa è punteggiato da pericoli e speranze. Le storie di Riccardo, Giorgio e Aisha si intrecciano, svelando l’orrore della malvagità umana e la ricerca di redenzione. Un romanzo audace che affronta temi scottanti come la tratta e la criminalità, mostrando che, finché non muori, c’è sempre la possibilità di scegliere chi essere
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